mercoledì 24 agosto 2016

Enrico IV, il cortocircuito tra Volontà e Rappresentazione #LEgidadiAtena


Luigi Pirandello è stato l'autore che probabilmente ha rappresentato con maggiore profondità di sfumature psicologiche i temi eminentemente novecenteschi della frammentazione dell'io, dell'illusorietà ingannevole di ciò che appelliamo reale, del contrasto tragico e straniante tra le proprie proiezioni mentali e la percezione discordante dei fenomeni attorno a noi.
Temi sviluppati con abissale sguardo da una corrente sotterranea di filosofi e sapienti occidentali, tra i quali Schopenhauer s'impone certo come colui che più esplicitamente e (anti)sistematicamente ne ha raccolto l'immensa eredità.
Eredità di cui Nietzsche sarà in seguito l'interprete più furioso e carismatico, proprio nel momento in cui tenterà, impossibilmente, di liberarsene.
Eppure, ben prima di Goethe ed Holderlin, ben prima dei Neoplatonici, ben prima delle riflessioni supreme di Meister Eckhart e Silesius (tensioni sublimi che sfondano i limiti del pensiero in largo anticipo sulle elucubrazioni cartesiane), ben prima delle riconosciute radici greche di tali riscoperte moderne (i Misteri Eleusini, la tradizione orfico-pitagorica, Eraclito), tali intuizioni erano patrimonio comune, quasi scontato, della tradizione orientale.
Come per noi lo sono ora le categorie kantiane, così per la sapienza cinese, indiana e persiana, i temi su cui s'incaglieranno le menti elaboratissime di Joyce, Kafka e (con più arroganza) Sartre, fino ed oltre Heidegger, erano l'inizio di ogni discorso metafisico.
Le vette del pensiero filosofico moderno occidentale sfiorano le fondamenta di quello orientale.
Ciò che per "noi" è il vertice, per "loro" è la base.
Una base che rende le indicazioni "noi" e "loro" del tutto sciocche nella loro clamorosa erroneità.
Del resto, è tutto logico: l'albero della riflessione occidentale è tutto rivolto verso l'esterno, quello orientale verso l'interno. Inevitabile che, per la legge della polarità, i due percorsi contrapposti si siano mossi in senso inverso, fino a recentemente sfiorarsi, dopo un millenario percorso di avvicinamento, in una congiunzione fatidica.
Le ultime scoperte della fisica post-quantistica sono innegabilmente conciliabili con i presupposti della saggezza vedica.
Ne abbiamo parlato (QUI) con una delle figure eminenti del CERN.


Queste riflessioni sono sorte dopo la lettura di una riduzione a fumetti del capolavoro di Pirandello, l'Enrico IV, opera in cui il genio siciliano mette in scena con maestosa nitidezza espositiva i temi già affrontati magnificamente in Così è (se vi pare)  e già elaborati nella lunga gestazione di Uno, nessuno e centomila (che uscirà nel 1926, quattro anni dopo il debutto dell'opera in oggetto al Teatro Manzoni di Milano).


Pirandello spezza l'oscillazione del pendolo schopenhaueriano tra dolore e noia, esponendo la storia di una follia volontaria, in cui il protagonista si avvolge del velo di Maya fino a squarciarlo, trovando un'impossibile noluntas nell'adesione folle e totale alla Rappresentazione: il modo più tragicamente esplicito per denudare la vanità illusoria del nostro io.

L'autore della riduzione fumettistica, il giovane Lorenzo Bianchi, certo non può essere accusato di mancanza d'ambizione: questo tentativo segue quello già proibitivo de L'Uomo delle Stelle, racconto a fumetto della vita di David Bowie.
Bianchi si affida ai disegni di Angelica Regni, come nel caso di Bowie a quelli di Veronica Veci Carratello.


Nella trasposizione si nota un affine sguardo registico, un'ambientazione simile, più che altro come atmosfera interiore: il protagonista smarrito nel labirinto mentale del proprio genio o della propria follia, la cui alienazione regale è trasposta fisicamente in un castello immaginario, proiezione irreale delle proprie edificazioni mentali. Entrambi personaggi che incarnano la crisi della propria personalità: una scissa nella finzione folle di un impossibile ruolo storico, l'altra sublimata in un serie di maschere, di innumerevoli alter-ego, di vite parallele ben più reali (e divenute immortali nella trasfigurazione estetica) di quella convenzionalmente intesa come vera.
Due sfide mastodontiche, necessariamente invincibili, ma che denotano una già delineata personalità autoriale. 
Sappiamo come Bianchi stia da tempo riflettendo su un progetto altrettanto ambizioso e impegnativo, una sorta di monumento fumettistico alla decadenza.
Di più non possiamo dire.
Noi, che apprezziamo l'incoscienza di gettarsi in progetti che spaventerebbero i più, non possiamo che incoraggiarlo a trasferire il suo intento dal vago e sicuro regno del potenziale al pericoloso e limitato mondo dell'atto.
In un mondo di accidiosi criticoni, ben venga chi si espone incurante a critiche, potenzialmente anche feroci, in nome dell'espressione della propria creatività.


domenica 21 agosto 2016

Carlo Sperduti e l'arte del racconto breve e paradossale #LEgidadiAtena


Tra gli autori di racconti brevi emersi in Italia negli ultimi anni, Carlo Sperduti si impone come tra i più sottili e intelligenti.
Un'intelligenza sottile che si è manifestata con metodo nell'accorto esercizio del proprio talento: numerosi ormai sono i racconti da lui pubblicati, in cui Sperduti, come in un laboratorio di parole e concetti, ha affinato, rodato, oliato gli ingranaggi del racconto breve, cercandone la formula aurea.
Il tutto sempre guidato da una Musa munifica quanto inaffidabile, un faro dalla luce accecante ma capricciosamente intermittente: l'umorismo paradossale.
L'esperienza ha portato Sperduti a corteggiare la Musa con accortezza ed a farsi guidare con discernimento dai lampi improvvisi e irregolari del faro prescelto.
A differenza, ad esempio, di Alessandro Bergonzoni, Sperduti non ricama la sua prosa di continui paradossi, non segue il filo delle associazioni (il)logiche, procedendo narrativamente di svolta in svolta, tracciando ad ogni bivio un percorso creato da un nuovo gioco di parole. D'altra parte, nemmeno schiera i suoi bisticci concettuali come fossero molotov pronte ad essere gettate contro il buon senso comune, nello stile di Antonio Rezza, che persegue metodicamente una decostruzione linguistica, specchio deformante, e per questo fedele, della propria dissonante ricerca filosofica.
Non ritengo nemmeno si possa associare al padre nobile del genere Lewis Carroll, i cui limerick fluviali avanzavano imponenti sull'onda del ritmo, della rima, delle associazioni libere e fulminanti.


Sperduti, ci sembra, procede in altro modo, più consapevolmente letterario rispetto ai primi due esempi, meno irrazionalmente spensierato rispetto al terzo, ingombrante maestro: trovato il calembour riuscito, il paradosso illuminante, la freddura ispiratrice egli non si limita a porla nella lista delle felici intuizioni.
Da scrittore avvertito, tecnicamente preparato, vi costruisce attorno un racconto coerente, solido, plausibile. Solo alle prime, sorprendenti battute, l'esposizione appare faceta, causa la molla iniziale (la sostituzione di una lettera ad un'espressione comune che ne ribalta il significato, un'assonanza audace che squarcia di luce inquietante la saggezza boriosa di un proverbio), ma in realtà il racconto è svolto col massimo rigore logico-deduttivo, fino alle prevedibili, inesorabili conseguenze che ciascun sillogismo narrativo imponga, data l'assurda premessa.
Dunque, è una detonazione controllata a scopo dimostrativo, un monito beffardo e ineludibile sulla vanità della logica lineare, delle convenzioni temporali, dei condizionamenti culturali, delle trappole insite nel linguaggio stesso come indizi eclatanti dei buchi neri del pensiero.
Grande precedente è Raymond Queneau, certamente, non a caso riscopritore di Hegel tramite Kojéve (e quindi abituato a confrontarsi con la dialettica identitaria tra reale e razionale).
Stilisticamente, in Italia il nome che sorge alla mente è indiscutibilmente Achille Campanile, per quanto alcuni giochi di parole abbiano un effetto comico più simile a quello ingenerato dalle improvvisazioni di Totò (genio antitetico a quello dello scrittore romano, che difatti non lo entusiasmava).
Campanile, più di Flaiano, proprio perché mentre il secondo (geniale osservatore del grottesco quotidiano) si limitava ad annotare sfondoni inconsapevoli ed irresistibili nel suo Frasario Essenziale ("Mio marito è ipocondriaco: sodomizza tutto!", "Le ha fatto un'iniezione sotto Catania"), il primo sapeva costruire in due battute un cosmo narrativo (le celebri, appunto,Tragedie in due Battute), facendo leva sulla forza esplosiva di un paradosso che violasse i limiti del pensiero.


Due sono i testi di Sperduti che sottoponiamo alla vostra attenzione, entrambi pubblicati dalle Edizioni Gorilla Sapiens.
Il primo, Lo Sturangoscia, è scritto a quattro mani con Davide Predosin, altra brillante penna amante del paradosso e del gioco linguistico (segnaliamo il suo libro notevole fin dal titolo Alcuni stupefacenti casi tra cui un gufo rotto) e presenta degnamente le qualità dei due autori.
Partendo dall'invenzione di un fantomatico strumento a fiato in grado di estrarre la tristezza fisicamente dal corpo (allusione parodistica al Pranayama?), i due autori allestiscono un concerto epistolare di deliranti botta e risposta, puntellati di raggianti antinomie, acrobazie nonsense, inconciliabili accostamenti, su un tappeto ordinato e costante di giochi linguistici, talvolta geniali, talvolta divertenti fino alla diuresi, talvolta prevedibili.
Era dai tempi di Chiedi alla polvere di John Fante che una lettera non ci faceva scoppiare a ridere così tanto (in quel caso per il crudo cinismo che la ispirava):
"Gentilissimo mentecatto, le scrivo innanzitutto per ricordarle il disprezzo che nutriamo nei suoi confronti. Destinato a una fulgida carriera, lei si ostina a gozzovigliare come se non dovesse prima o poi, come tutti, rendere conto al Creatore.".



Da amanti della letteratura, e da studiosi dei meccanismi moderni che essa innervano, i due autori giocano sul finale con le convenzioni del racconto contemporaneo, mantenendosi furbescamente in bilico tra dileggio e fedeltà.
Un libro che si legge in tre ore, ma che rimane nella nostra mente anche a lettura conclusa, una come una poesia di Palazzeschi recitata da Paolo Poli.


Sottrazione, invece, ci conduce nell'officina letteraria di Sperduti: se i primi tentativi (Un tebbirrile intanchesimo e altri rattonchi e Caterina fu gettata) potevano farci pensare ad una versione sardonica e aspra di Gianni Rodari, per l'immediatezza infantile del dispositivo narrativo, in questo caso il dogma che si impone l'autore è matematico nella sua insensatezza: 34 racconti disposti per ordine decrescente di lunghezza.
Qui emergono i grandi maestri di Sperduti, a cui l'omaggio si tributa nella accurata parodia: Julio Cortázar, sopra tutti, ma anche il Borges più lieto e chestertoniano.
Nel racconto forse meno decifrabile della raccolta, Pareti discordanti, la lezione kafkiana della brevità illuminante, filtrata dai grandi sudamericani citati, si riconosce nello sguardo claustrofobico che contempla ad occhi sgranati il grottesco che possiede il reale, fino al più emblematico dei finali: "Finalmente ero diventato impossibile".

Sono letture solo apparentemente "divertenti", bensì, più profondamente, divergenti.
Dal percorso obbligato della massa chiassosa nel deserto della mediocrità.

sabato 20 agosto 2016

Nel nome della Dea - In cerca della Divina Madre #LEgidadiAtena

La Venere di Willendorf, testimonianza paleolitica del culto della Madre
Negli ultimi anni si è assistito ad una rinascita, caotica quanto entusiasmante, degli studi sull'archetipo della Grande Madre.
Fonte e solco di tale fioritura filosofica è chiaramente il saggio di Carl Gustav Jung Gli aspetti psicologici dell'archetipo della Madre, che con parole memorabili sancisce la primordiale priorità di questa manifestazione dell'Inconscio Collettivo: "La magica autorità del femminile, la saggezza e l'elevatezza spirituale che trascende i limiti dell'intelletto; ciò che è benevolo, protettivo, tollerante; ciò che favorisce la crescita, la fecondità, la nutrizione; i luoghi della magica trasformazione, della rinascita; l'istinto o l'impulso soccorrevole; ciò che è segreto, occulto, tenebroso; l'abisso, il mondo dei morti; ciò che divora, seduce, intossica; ciò che genera angoscia, l'ineluttabile.".
Migliaia di pagine (alcune illuminanti, molte interessanti, moltissime fuorvianti) sono state dedicate al più antico dei temi antropologici.
Da Robert Graves a Maria Gimbutas, da Joseph Campbell a Erich Neumann, fior di studiosi hanno esplorato l'oceano di connessioni segrete, occulte intuizioni, antichissime verità legate, e negate, al culto della Dea.
Ancora Jung docet: "L'archetipo della Grande Madre possiede una quantità pressoché infinita di aspetti".
Durga, Parvati, Iside, Atena, Demetra, Maria.
Volti diversi, aspetti contrastanti, apparenze distinte dello stesso luminoso diamante divino.

Shri Durga
La Dea stessa annuncia la sua perenne, cangiante, intatta manifestazione, nell'eterno lila divino di rinascite e redenzioni, nella Parola rivelata della Protennoia Trimorfica (codice 13 dei manoscritti ritrovati a Nag Hammadi):
"“Io sono la Protennoia, il Pensiero che dimora nella Luce, io sono il movimento che dimora nel Tutto, colei in cui il Tutto pone le proprie fondamenta, la primogenita tra coloro che vennero all’esistenza, colei che esiste prima del Tutto, colei che è chiamata con tre nomi, che esiste di per sé, essendo perfetta.
Io sono invisibile all’interno del Pensiero dell’Invisibile Uno e sono rivelata in ciò che è incommensurabile e ineffabile.
Sono incomprensibile, stando all’interno dell’incomprensibile.
Mi muovo in ogni creatura.
Sono la vita della mia Epinoia, ciò che dimora in ogni Potenza e in ogni eterno movimento, all’interno di Luci invisibili, all’interno degli Arconti e degli Angeli, dei Demoni e di ogni anima che dimora nel Tartaro, di ogni anima materiale.
Io dimoro in coloro che vennero all’esistenza.
Io mi muovo in ognuno e scendo nel profondo di tutti.
Io vado rettamente e risveglio colui che dorme, sono la visione di coloro che sognano nel sonno.
Io sono l’Uno invisibile all’interno del Tutto.
Io sono colei che consiglia coloro che sono nascosti e conosco il Tutto che esiste nel nascondimento.
Io sono senza numero al di là di ognuno.
Io sono incommensurabile e impronunciabile, eppure se lo desidero mi manifesterò, interamente, perché sono lo Splendore del Tutto.
Io esisto prima del Tutto e sono il Tutto perché esisto in ognuno.
Io sono una voce che parla sommessamente.
Io esisto dal principio nel Silenzio.
Io sono ciò che è in ogni voce e la voce che è nascosta in me, nell’incomprensibile illimitato pensiero all’interno dell’illimitato Silenzio.
Io discesi nel centro degli inferi e risplendetti sopra l’Oscurità.
Io sono colei che versò l’acqua.
Io sono colei che è nascosta nelle acque radianti.
Io sono colei che illuminò gradualmente il Tutto col mio Pensiero.
Io sono unita alla Voce ed è attraverso me che la Gnosi si manifesta.
Io dimoro negli ineffabili e negli incomprensibili.
Io sono la percezione e la Conoscenza, emettendo una Voce per mezzo di Pensiero.
Sono la Voce reale e parlo in ognuno ed essi la riconoscono dato che in loro dimora un Seme.
Io sono il Pensiero del Genitore e fu innanzitutto attraverso me che la Voce venne, cioè la Conoscenza di cose che non hanno fine.
Io esisto come Pensiero per il Tutto, in armonia col Pensiero, inconoscibile, irraggiungibile.
Io manifestai me stessa, Io, tra tutti coloro che mi riconoscono, perché io sono colei che è unita ad ognuno nel Pensiero nascosto e nella Voce esaltata.
Tale Voce viene dal Pensiero nascosto, incommensurabile dimora nell’Incommensurabile.
È un mistero, irrefrenabile per la sua incomprensibilità, invisibile a tutti coloro che sono manifesti nel Tutto.
È luce che dimora in Luce.".


Ora, Massimo Agostini, moderno ricercatore sulle tracce di una Gnosi sepolta, contribuisce al dibattito con un testo emblematicamente intitolato Nel Nome della Dea (ed.Sinclair).


Libro a tesi, interessante, documentato, in cui affiorano pregiate congiunzioni esoteriche, dotte sorprese etimologiche, spunti di ricerca autentica.
Ciò che diverge nella nostra interpretazione dalle tesi di Agostini (e dall'intera visione dello Shaktismo nella storia della letteratura antropologica e delle religioni) è ciò che periodicamente appelliamo "l'equivoco tantrico", in cui inciamparono anche menti eccelse come Zolla.
Per reazione all'oppressione sessuofobica paolina, si esalta il represso, sotterraneo culto ierogamico, la prostituzione sacra, la commistione (tecnicamente errata) tra Kundalini e Mooladhara Chakra.
Mooladhara in sanscrito è "supporto della radice".
La radice è l'osso sacro, sede della Kundalini.
Dunque, non si può essere supporto di se stessi. Per definizione, si sostiene altro.
Non c'è relazione alcuna tra Kundalini e attività sessuale.
Ma, tecnicalità yogiche a lato, ci rifiutiamo di sottoscrivere tale concatenazione allegorica sulla base di una semplice osservazione: La Madre è madre, la sorella è sorella, la sposa è sposa.
Questi aspetti certo convivono nell'archetipo femminile, nell'integrazione yogica del profilo psichico di una donna realizzata.
Ma sono distinti.
I danni di Freud continuano a intaccare anche gli ambiti del pensiero tradizionale.
A differenza di Agostini, che nutre i suoi studi di dichiarati stimoli della massoneria contemporanea, riteniamo interessanti solo le prime 50 pagine del best-seller di Dan Brown, in cui si riassume per le masse la considerazione sacrosanta che segue: le religioni ufficiali, le teologie dogmatiche hanno rimosso il Femminile Sacro dal Divino (si pensi a Padre, Figlio e...Madre?), il quale è invece stato recuperato esotericamente da tutte le correnti mistiche (Sufismo, Qabbalah, Gnosi) e dai grandi artisti illuminati (Leonardo da Vinci, Piero della Francesca, William Blake).
Paccottiglia è, invece, la china scandalistica del finale, col rituale ierogamico spiattellato a destare prurigini blasfeme.
Pessimo servizio alla Gnosi, splendido assist ai bacchettoni ipocriti nelle tenebre vaticane.
Come scrive con sopraffina ironia il coltissimo studioso Gregoire de Kalbermatten ne Il Terzo Avvento: "Dio, in aggiunta a tutte le altre cose, ha anche creato l'intelligenza e usarla non è peccato".


La Madonna della Misericordia di Piero della Francesca
Condividiamo, invece, ogni parola della ricostruzione di Gwenael Verez ne La Madre e La Spiritualità - La riscoperta della Dea, che affranca la metafora nuziale dall'ispirare pratiche rituali a carattere sessuale, bensì la restituisce nel suo valore squisitamente allegorico, di fusione psichica delle due energie, maschile e femminile, nell'equilibrio del Tao: "Quando la Dea Madre Kundalini si risveglia, porta con sé nella sua ascensione lo Spirito, al quale essa si unisce nella zona limbica del Cervello (che la tradizione spirituale dell’India denomina Sahasrara) appena al di sopra di ciò che la medicina chiama Talamo, termine che significa in greco Camera Nuziale”. Così, oltre al punto di unione dell’anima umana a Dio, lo Yoga è è il luogo di ritorno all'unità divina primordiale prima della separazione cosmica tra un principio maschile e uno femminile. È l’unione dello Sposo e della Sposa del Cantico dei Cantici, lo Hyeros Gamos dei neo-platonici. La Kundalini è purezza assoluta, espressione divina di verginità. Essa è Gauri, nome che significa la Vergine nella tradizione indiana. Essa genera la nascita spirituale senza l’intervento del Padre, come la nascita virginale del Cristo. La Kundalini è quindi Vergine Madre, come Maria, ed è lo stesso principio che l’Occidente ha adorato nella sua espressione religiosa".


Un dibattito cruciale che prosegue da secoli, nella quiete violata e poi restaurata dei templi del Maharashtra, nel silenzio iniziatico delle logge, nella mente vulcanica in divenire, vero Kurukshetra, di ogni ricercatore della Verità.

Le meraviglie del Progressive, dai primi Genesis agli Area #LaVinadiSaraswati

Esistono libri che uno vorrebbe scrivere, o meglio che uno ha pensato di scrivere, ha cullato come idee potenziali, progetti eventuali, proiezioni sempre più definite, architetture fantasma per edifici mai eretti, procrastinati per accidia o per, nobile scusa, volontà di maggiore approfondimento.
Intenzioni creative destinate a divenire chimere, incubi o urgenze a seconda delle congiunture, del carattere di ognuno, degli incroci permutanti dispiegati dall'esistenza come Tarocchi beffardi oppure illuminanti (a seconda di dove si contempli il volto androgino del Destino).
Talvolta, accade che qualcun altro abbia rotto gli indugi e abbia dato alle stampe esattamente quel libro che si voleva da anni scrivere, con lo stesso titolo, gli stessi riferimenti, gli stessi temi.
Spesso, per far pagare all'inconsapevole autore gemello (involontario psicopompo del nostro brusco risveglio alla realtà dalla caldo limbo amniotico del potenziale) la critica in quei casi si fa feroce, puntigliosa, accanita, pedante, ingiusta.
Eh, bisogna far scontare l'affronto a chi osato mostrarci il nostro fallimento.


Donato Zoppo sfugge a questa maledizione: il suo libro La filosofia dei Genesis - voci e maschere del Teatro Rock (eh, si la prima parte del titolo l'avevo in mente da cinque anni, ma forse non era un'intuizione originale). pur nella sua agile brevità (108 pagine! Coincidenza benedetta o ammiccamento esoterico?) ci appare inattaccabile, un compendio dettagliatissimo ed esauriente su uno dei più grandi fenomeni musicali degli anni '70.
Già ci occupammo della "cosa par venuta/ da cielo in terra a miracol mostrare" che per convenzione appelliamo i Genesis-Era Gabriel (QUI e QUI)
Essendo venuti al mondo quasi un lustro dopo la fine di quella strepitosa era musicale, purtroppo dobbiamo accontentarci dei, pur impressionanti, simulacri filologici dei The Musical Box, per noi occasione non solo di ascoltare un'esecuzione impeccabile delle grandi composizioni adorate, ma soprattutto di riversare su queste colonne i nostri deliri riguardo la vasta foresta di simboli in cui si smarrì lieta l'immaginazione del giovane trickster Gabriel.


Dunque,  certo apprezziamo le interpretazioni dei brani offerte da Donato nel suo scrupoloso lavoro di analisi filologica, ma in realtà siamo rimasti molto colpiti dalla prima sezione del libro: From Ally to Tommy: Rock Theatre 1967-1969, una preziosissima e non facile ricostruzione del fermento di fine anni '60 nella Swingin' London, quel teatro neo-barocco a cielo aperto, in cui si muovevano come personaggi di una recita globale ancora da scrivere, il giovane buddista mod Bowie, il suadente maestro di bugie Kemp, il mistico autodistruttivo Barrett mentre nella New York caleidoscopica Reed cresceva alla corte di Warhol, tra gli sberleffi geniali di Zappa e l'ingenua eruzione dionisiaca di Morrison.


Un humus ardente, vulcanico, inebriante quanto velenoso, dal cui calderone ipnotico nasceranno i grandi concept album dei The Who, il glam incarnato da Marc Bolan, il maestoso alter-ego di Ziggy Stardust...e appunto le cangianti maschere di Peter Gabriel.
Zoppo segue con accurata dovizia le tappe della grande evoluzione che condurrà i Genesis da "semplice" gruppo proto-progressive a irripetibile compagine creativa di moderne sinfonie esoteriche, tesse con rigore una tela di riferimenti, date, nomi, occorrenze, contatti, influenze tale da imporre a un lettore che non sia menomato intellettivamente il desiderio di studiare i grandi testi del giovane Gabriel.
Un degno tentativo, per il quale invece di osteggiare Zoppo, lo ringraziamo: ci ha fatto risparmiare tempo e fatica, realizzando un ottimo volume introduttivo all'opera magnifica di un manipolo di geni contemporanei.
Difficile far di meglio, nel breve formato.


Tutt'altra atmosfera, benché medesimi siano gli anni, emana l'altro testo di Zoppo che vogliamo presentarvi: Caution Radiation Area - alle fonti della musica radioattiva.
Un atto d'amore, dovuto, nei confronti della straordinaria stagione degli Area, soprattutto nei confronti del loro secondo disco, grandioso abbattimento di barriere sonore, complesso fino ad essere respingente, coraggioso fino a rasentare l'inascoltabilità, autenticamente rivoluzionario, fino a pagarne le logiche conseguenze commerciali e produttive.


Zoppo qui gioca in casa, consulta e interroga i protagonisti superstiti di quell'opera incomprensibile e affascinante: Fariselli, Tofani, Tavolazzi, il transfugo Dvijas, ma anche il recordista Ferrario, il fonico Bravin, dando il giusto rilievo alle menti in cabina di regia Sassi e Albergoni.
Tutto, come prevedibile, è evocazione del grande sciamano laico della vocalità riconquistata, il carismatico esploratore della fonazione come strumento di liberazione sociale: l'indimenticato Demetrio Stratos.


A rigore, è sciocco anche catalogare sotto la vasta e ambigua etichetta di progressive l'opera degli Area, in particolar modo Caution Radiation Area, manifesto sonoro meno accostabile, ma più dirompente, del precedente memorabile Arbeit Macht Frei.

Nell'atmosfera ebbra di furia ideologica della metà degli anni '70, ritmata dalle rivendicazioni delle BR, gli articoli profetici e inascoltati di Pasolini e le bombe fasciste attribuite agli anarchici, le composizioni lunghe, estenuanti, esplosive, sovranamente ipertecniche degli Area, hanno rappresentato la colonna sonora meno popolare, ma forse più icastica, dell'inquietudine interiore che possedeva ognuno sugli illusori fronti opposti.
Merito di Zoppo è unire la passione dell'ammiratore alla serietà del critico, frenando la tentazione enciclopedica con la visione d'insieme dello studioso, che da anni dedica pagine e pagine alla straordinaria stagione musicale del progressive, esplosa attorno all'anno della sua nascita (1975).
Dinamica comprensibile: divenire esperti studiosi della musica risonante attorno alla nostra culla.

Un altro motivo per sentire profonda empatia con un autore tra i più attenti e preparati del panorama giornalistico nostrano.

venerdì 19 agosto 2016

TUTTI GLI ARTICOLI DI GIUGNO E LUGLIO



Care lettrici e cari lettori,
nella pausa agostana possiamo ripassare la produzione dei due mesi precedenti.
Del resto, abbiamo mantenuto un ritmo, escludendo i festivi, di un articolo ogni due giorni, credo che possiamo ora serenamente concederci un momento di riflessione.


Iniziamo con Giugno.
Su Fumettologica abbiamo pubblicato:
- il nostro contributo al volume La Grandiosa DC Comics sugli archetipi nell'universo DC QUI
- la recensione di Maledetta Balena di Walter Chendi QUI


Su la Repubblica XL:
- abbiamo raccontato il nostro fugace incontro con Brian Eno QUI
- abbiamo segnalato l'IFEST QUI

Su il Blog de Il Fatto Quotidiano:
- un omaggio a 1984 di George Orwell QUI


Su Minima&moralia:
- la nostra introduzione a La Danza dei Corvi di Manuelle Mureddu QUI
- la recensione del romanzo Mors Tua di Matilde Serao QUI
- la nostra conversazione con Enrico Rava QUI

Su queste deliranti colonne:
- abbiamo parlato dell'aspetto esoterico di Napoli e Trieste QUI
- abbiamo raccontato l'omaggio a Shakespeare allo Spazio Cima QUI
- abbiamo parlato dell'omaggio a Nureyev a Caracalla QUI
- abbiamo attraversato alcune interpretazioni di Pinocchio QUI
- abbiamo pubblicato l'articolo omologo sugli articoli di Maggio QUI


A Luglio invece
Su La Repubblica-XL:
- un articolo sui rapporti tra William Blake, Aldous Huxley e The Doors QUI
- il racconto del concerto di De Gregori all'Auditorium QUI
- l'intervista deliziosamente delirante al Dr.Pira per L'Almanacco dei Fumetti della Gleba QUI
- il lancio dell'imperdibile mostra David Bowie Is a Bologna QUI
- la recensione della mostra Ex-Voto a Via del Parione a Roma QUI


Sul Blog de Il Fatto Quotidiano:
- abbiamo parlato delle connessioni tra Star Wars e la Filosofia Orientale QUI


Su Minima&moralia:
- la nostra conversazione con Antonio Rezza e Flavia Mastrella QUI
- una nostra riflessione su Avevamo ragione noi di Domenico Mungo, illustrato da Paolo Castaldi QUI

Su Davidbowieblackstar.it:
- la prima parte delle nostre riflessioni sui rapporti tra Bowie e il Buddismo QUI

Su D.A.T.E.*Hub:
- la recensione della mostra su Alphonse Mucha al Complesso del Vittoriano QUI



Su le colonne di Spezzandolemanettedellamente:
- abbiamo parlato del Piccolo Festival delle Dieci Notti QUI
- abbiamo segnalato alcune letture per l'estate QUI
- abbiamo scritto con la stessa indignazione di 15 anni fa una ricostruzione della morte di Carlo Giuliani QUI

Non preoccupatevi, siamo tornati a scrivere agli stessi ritmi.
Buona Lettura!


venerdì 29 luglio 2016

15 anni dopo Genova 2001, il problema è l'estintore. Non la tortura di massa.


La foto che mostra le reali distanze e la dinamica antecedente all'omicidio
La settimana del quindicesimo anniversario dai tragici fatti di Genova 2001 è stata scandita da una serie di avvenimenti così sardonicamente puntuali da apparire ben più che coincidenze significative.
Come abbiamo notato su minimaetmoralia, è iniziata con una beffa: l'agente che mentì sostenendo di essere stato accoltellato da un no-global (quale giustificazione per le violenze della Diaz) è stato condannato ad un’ammenda equivalente a 47 euro. Un Ufficiale dello Stato può mentire su una tortura di massa operata dalle Forze dell’Ordine, per un costo inferiore a quello di una prestazione sessuale mercenaria.
Poi, c'è stata la nuova assoluzione per i cinque medici accusati di essere responsabili della morte di Stefano Cucchi, la foto del cui cadavere grida ancora giustizia.
Con magistrale tempismo, il Senato ha sospeso l'esame del disegno di legge per configurare il reato di tortura, smentendo clamorosamente le promesse del Premier nei suoi roboanti annunci su Twitter, e in completo disprezzo della condanna della Corte Europea di Strasburgo nei confronti dell'Italia (proprio per le torture commesse durante il G8 di Genova 2001).
Inoltre, Facebook ha sospeso per un giorno la pagina del fumettista Zerocalcare, dove egli semplicemente dichiarava di partecipare ad un evento in memoria di Carlo Giuliani e in solidarietà di chi fu arrestato in quei giorni; l'autore, con saggezza, ha subito stemperato la retorica anticensura: si tratta di un meccanismo automatico, attivato dalle segnalazioni in massa da parte di ambienti vicini alle Forze dell'Ordine.
Esponenti di ambienti simili (sindacati di polizia, giornalisti e politici del Centro-Destra) si sono riuniti nel l'anniversario della scomparsa di Giuliani, per un convegno dal titolo garbatamente spiritoso: "L'estintore quale strumento di pace".
Un chiaro caso di dissonanza cognitiva: le stesse persone che condannano le violenze di Erdogan per giustificare la chiusura contro gli islamici e i profughi, giustificano le violenze della Diaz solo perché inflitte dalle Forze dell'Ordine.
In tutto questo, nei dibattiti sui social è ricorso assordante il monito: "Eh, si, però Giuliani aveva in mano un estintore".
Si. Un estintore raccolto dopo due ore di cariche ingiustificate della polizia nei confronti di un corteo autorizzato e pacifico (Il documentario La Trappola lo spiega bene, vi prego di guardarlo, lo trovate QUI).
Ho passato una settimana a discutere sui social network su questo punto.
Gli orrendi e stupidi sulla pagina di Zerocalcare (del resto, si sa, Pazienza era andreottiano!)
Sono stato anche fortunato (a differenza di Zerocalcare, per esempio), mi sono confrontato con molte persone civili (anche un allora ufficiale dei Carabinieri presente quel giorno a Genova) ed anche nei momenti di maggiore distanza d'opinione si è sempre mantenuto un tono rispettoso e pacato, avendo come faro la definizione di una verità comune, non l'appartenenza a fazioni da stadio.
Molte persone (ragionevoli, progressiste, informate, indignate) hanno sottolineato come, mentre la violenza e l'orrore della "macelleria messicana" della Diaz e di Bolzaneto sono ormai argomenti (si fa per dire) pacifici, le dinamiche della morte di Giuliani sono ancora controverse.
Dunque, secondo loro, nella ricostruzione di una verità da opporre alla versione ufficiale imposta alla "maggioranza silenziosa", bisognerebbe concentrare le denunce sulle violenze successive, per rendere la follia di quei giorni, non dibattere su una tragica fatalità, in cui comunque il ragazzo "se l'è cercata".
Per queste persone parlare della morte di Giuliani non è un argomento vincente per rendere l'ingiustizia che un'intera generazione ha subito.
Eh, del resto, Giuliani aveva in mano un estintore.
Ho insistito metodicamente (c'è chi generosamente ha lodato la mia pazienza): proprio perché le dinamiche appaiono tuttora controverse (mentre sono chiare, se uno approfondisce, e completamente differenti dalla vulgata mediatica), bisogna insistere a parlarne. Bisogna insistere nel decostruire pazientemente la narrazione tossica che fu machiavellicamente confezionata in quei giorni ad uso delle masse per far passare il messaggio che sì, un ragazzo poverino è morto, ma era un facinoroso che aveva assaltato una camionetta, "se l'è andata a cercare".
Proprio questo è il (falso) pilastro argomentativo su cui si fonda la manipolazione sistematica di quei giorni: "si, la Diaz fu una vergogna, una reazione esagerata, la morte di Giuliani invece fu un caso separato, una tragica fatalità, vedete, quel movimento era fatto di giovani teppisti che assaltavano i poliziotti. E ti credo, poi, che scappa il morto".
Rimane, nell'eco spenta dell'opinione pubblica, un ragazzo morto per sbaglio, che comunque se l'era cercata, e una reazione eccessiva delle Forze dell'Ordine.

Eh, del resto, aveva in mano un estintore.
Come se questo giustificasse “la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale", secondo la celebre definizione di Amnesty International.
Vorrei ricordare che negli ultimi quarant'anni molti politici di spicco, alcuni dei quali sono stati ministri (anche vicini a quel Governo del 2001) o sindaci, all'età di Giuliani tiravano molotov o erano coinvolti in attività politica extraparlamentare, protagonisti degli anni di peggiore violenza politica in Italia.
Alcuni dei politici che oggi fanno la morale ai manifestanti "teppisti", da giovani erano vicini ad ambienti prossimi all'eversione.
Parliamo di pestaggi, spari, bombe. Altro che estintori.
Soprattutto, vale la pena di ricordare come la morte di Giuliani non sia stata causata dallo sparo attribuito a Placanica, ma dal Defender che lo investì subito dopo, senza menzionare il sasso che gli venne schiacciato in faccia per comprovare l'urlo immediato del vicequestore, il quale tentò di attribuire la colpa dell'omicidio a un manifestante.
Ma torniamo al vero grande problema che inquieta le coscienze italiche da tre lustri, il gesto gravissimo e intollerabile: Giuliani aveva un estintore in mano.
Questo dato inoppugnabile viene sempre riproposto come argomento principe, in ricostruzioni ossessive che però ignorano un piccolo dettaglio: non si è trattato di una a tranquilla serata in cui un pazzo esaltato ha assalito con un estintore dei pacifici tutori dell'ordine che, costretti dagli eventi, hanno sparato.
Non è andata così.
C'era un corteo pacifico e autorizzato che è stato caricato all'improvviso dalla polizia, senza ragione. Una carica violenta, indiscriminata e prolungata su manifestanti inermi. Poi, la peculiare struttura urbanistica di Genova ha creato una situazione infernale: migliaia di manifestanti (ripeto, in quel caso pacifici e autorizzati) stretti in un imbuto da due ore, manganellati senza via d'uscita. Un ragazzo, esasperato, ha imbracciato un estintore ed è stato ucciso, centrato da un colpo esploso dall'interno di una camionetta, poi investito. Ancora agonizzante, è stato colpito da una sassata in faccia, data per attribuire la colpa della sua morte ad un altro manifestante a caso.
È fondamentale chiarire questo punto.
La reazione di Giuliani, cioè imbracciare un estintore (vuoto, oltre tutto e parrebbe precedentemente lanciato dalla polizia) dopo che gli è stata puntata una pistola, non nasce durante un selvaggio assalto a dei poliziotti accerchiati. Insisto, insisto come un monaco che recita un mantra; nasce dopo che un corteo pacifico e autorizzato è stato caricato per ore. Mentre chi ha devastato la città è stato lasciato libero di farlo, con i poliziotti a 150 metri che non sono intervenuti. L'unica argomentazione intelligente che si può sostenere per giustificare tale comportamento è la tesi per cui, siccome nella galleria che separava il blocco della polizia dalla manifestazione c'era un problema di ricezione, le Forze dell'Ordine hanno frainteso e hanno caricato il corteo pacifico invece di quello violento.
Nel migliore dei casi, si tratta di un caso di mastodontica disorganizzazione, dalle conseguenze tragiche.
"Si, d'accordo. Però Giuliani aveva in mano un estintore".
Si, è vero.
Dopo due ore che ti menano senza motivo, ti ritrovi davanti una camionetta della polizia, da cui escono insulti, minacce, e una pistola puntata. Trovi un estintore per terra davanti a te.
Io avrei fatto come Carlo.
Forse peggio.
E sono un non-violento, cresciuto con i libri di Gandhi e i discorsi di Martin Luther King.
Ma l'adrenalina, la frustrazione, la rabbia di essere intrappolato mentre ti manganellano per ore, senza motivo, senza preavviso, senza smettere, senza via d'uscita, metterebbero alla prova anche un bonzo.
Forse, anche molti di quelli che oggi , comodamente seduti dietro una tastiera, sentenziano "Eh, ma aveva in mano un estintore", in quella situazione lo avrebbero imbracciato.
Inoltre, di aggressioni alla polizia, molto più gravi e ingiustificate di quella di Giuliani, ce ne sono di continuo, per motivi più futili. Scontri, tumulti, tafferugli di quel genere accadono (purtroppo) molto spesso fuori dagli stadi.
Ora, Giuliani si aveva il passamontagna e aveva in mano un estintore. In generale: un ragazzo in assetto da guerriglia durante una settimana di manifestazioni viene giudicato un teppista terrorista. Ma lui era lì per esprimere un dissenso, anche violento, nei confronti di un Sistema che stava predisponendo una forma di violenza politica assai peggiore (non mi riferisco alla Diaz, ma alle politiche economiche di selvaggio liberismo che stiamo tuttora subendo). 
La sua forma di protesta (discutibile per molti, comprensibile per me) era per il bene collettivo.
Non contro i "negri", gli zingari o contro i tifosi di un'altra squadra di calcio.
Eppure mi pare che CasaPound abbia un palazzo al centro di Roma.
Eppure, non ogni domenica (per fortuna) ci scappa il morto o accadono repressioni violente e indiscriminate come quelle dei giorni successivi.
Se fossimo maliziosi (ma non lo siamo) ipotizzeremmo che si è trattato di un preciso piano strategico per stroncare nel sangue un movimento fastidioso che stava crescendo a dismisura, creare un "morto" controverso da poter additare sui media come uno "che se l'è cercata" (etichetta valida per ogni morte scomoda), ottenendo due effetti: spaventare a morte le nuove generazioni, scoraggiandole dall'andare in piazza; dare in pasto all'opinione pubblica un immagine distorta e calunniosa di comodo di un movimento variegato e non uniforme, in cui c'erano gli anarchici e pure i Papa Boys, le tute bianche e i boy scout.
In tutto ciò, riuscendo a seppellire gli orrori della notte successiva, anzi promuovendo successivamente i responsabili, molti dei quali hanno fatto carriera.
Trovo assurdo e frustrante doverne parlare ancora, dopo 15 anni, dopo documentari, testimonianze, sentenze, foto, dibattiti, citiamo per sintesi solo come da tre anni sia disponibile un'ottima ricostruzione degli eventi di quel giorno, ad opera di Wu Ming (la trovate QUI).
Se fossimo maliziosi (ma non lo siamo) potremmo dire che la morte di Giuliani non è stata un incidente tragico: è stata parte, come una variabile matematicamente prevedibile, di una precisa strategia della tensione.
Se fossimo maliziosi, potremmo pensarla così. Certo, sarebbe veramente uno scenario inquietante.
Ma, per fortuna, noi non cediamo alla malizia.
Fu una tragica fatalità: "Neppure Zeus al suo fato può sfuggire”, si sa dai tempi di Eschilo.
Vorremmo, in conclusione, riportare le parole di Zerocalcare, per sottolineare che "evidentemente Genova non è finita (...) non solo –ma basterebbe quello- perché ci sta ancora una persona in galera a 15 anni di distanza dai fatti (...) mentre altri venivano promossi e facevano carriera, ma perché è la controparte e pezzi dei suoi apparati che continuano a fare una guerra accanita e che sulla narrazione di quelle giornate non vogliono mollare di un centimetro (...) è dal 21 luglio 2001 che litighiamo su quanto è successo a Genova (...) Però forse vale la pena continuare" (aggiungo io) a raccontare, a cercare verità, a pretendere giustizia.
L'avevamo scritto anche noi, sul sito de Il Fatto Quotidiano QUI, parlando del bellissimo di Happy Diaz di Massimo Palma, che Genova 2001 non è mai finita.
Massimo Palma tra Giuliano ed Haidi Giuliani, nella Scuola Diaz, 15 anni dopo
Da una parte abbiamo un ragazzo di vent'anni che è andato col passamontagna a una manifestazione per esprimere (in maniera per molti discutibile) il suo dissenso contro un sistema iniquo.
Dall'altro esponenti delle Forze dell'Ordine (ovviamente non tutti, ci sono molti esponenti che hanno preso subito la distanze dalla mattanza di quei giorni e la considerano una macchia indelebile), preposte alla difesa dei cittadini che, secondo un'inchiesta del Guardian, non di Lotta Comunista, che trovate QUI, hanno: sparato, torturato, manganellato persone che dormivano nel sacco a pelo, minacciato di stupro giovani ragazze dopo averle prese a calci e costrette nude con la testa nel water, rifiutato cure a malati gravi, urinato addosso ai feriti sanguinanti, reso persone paraplegiche a forza di botte, preso a calci chi non inneggiava a Hitler e Pinochet.


Però, Giuliani aveva in mano un estintore.

lunedì 25 luglio 2016

7 letture estive, spensierate ma non troppo

La Long Room nella biblioteca della Trinity College di Dublino: quella di Harry Potter
L'estate, si sa, è tempo di letture: finalmente possiamo goderci quei tomi che nel corso dell'anno si sono accumulati fino a configurare una pila sbilenca e pericolante accanto al comodino.
Certo, sotto l'ombrellone portarsi l'Ulisse di Joyce o L'Uomo senza qualità di Musil parrebbe una risibile velleità da fanfaroni (chi scrive lo ha fatto, candidamente impegnato nella lettura), eppure confidiamo che i frequentatori (mi si dice che da venticinque forse son giunti al vertiginoso numero di trenta) di queste deliranti colonne giammai si chinerebbero ai dettami delle classifiche da Tv, Sorrisi e Canzoni.

Ecco, dunque, una lista ispirata ad un onorevole spirito di compromesso.
Si tratta di libri di qualità, di apprezzabile divulgazione, ben scritti, dai toni ironici e tendenti alla leggerezza: dunque, dopo avervi consigliato per un anno testi esoterici e opere di seria riflessione, indubbiamente si virerà verso un registro meno impegnativo.
Ma comunque tenendo sempre alta la fiamma vitale dell'intelligenza e dello stile.

Ecco a voi: sette letture estive, spensierate ma non troppo.


1) Il Libro Infame di Gianluca Nicoletti, illustrato da Roberto Ronchi (Tunué)
Gianluca Nicoletti è volto ma soprattutto voce nota, per la sua vasta attività giornalistica (attualmente seguito speaker di Radio24).
Nicoletti ha una prosa rapida, forbita e insieme scollacciata, ricca di arguzie, schiava felice di doppi sensi carnascialeschi.
Il libro è a tratti divertentissimo, nel suo essere una ricostruzione adorabilmente egocentrica della storia personale dell'Italia attraverso la vita dell'autore, entrambe raccontate, in pieno spirito pop/camp, attraverso gli aspetti più kitsch del quotidiano del dopoguerra: dagli inquietanti manifesti delle pubblicità progresso che esponevano disegni dei "mutilatini" per scoraggiare i bambini a giocare con le mine inesplose al catalogo Postalmarket quale deposito di fantasie erotiche per un'intera generazione, fino all'ossessione mcluhaniana per l'irruzione delle nuove tecnologie nella nostra vita.
L'autore concede, prevedibilmente, molto spazio alla sua particolare manìa di sollevare le donne (eh, si, avete letto bene), con significato filosofico annesso, indulge forse in maniera eccessiva su certo libero pensiero figlio degli anni'70, ci sorprende con dotte incursioni nella letteratura esoterico-fantastica, ci delizia dando il giusto ruolo iconico a Ranxerox.
Le illustrazioni di Ronchi danno corpo all'immaginazione goliardica di Nicoletti, percorsa ossessivamente da un gusto quasi adolescenziale per lo spirito fescennino.
Spassoso e non banale.



2) È ricca, la sposo e l'ammazzo di Jack Ritchie (Marcos y Marcos)
Anche se il  nome di Jack Ritchie forse non vi dice nulla, in realtà avete benissimo in mente l'atmosfera delle sue creazioni.
Avete presente quella peculiare dimensione stilistica sospesa tra umorismo elegante, cinismo feroce e tensione criminale tipica degli episodi televisivi della serie Alfred Hitchcock presenta?
Basti pensare che molti di quei piccoli capolavori di thriller sardonico sono ispirati proprio a racconti di Richie. Un maestro del racconto breve, brevissimo, padroneggiato con sapienza assoluta: abile in poche pagine a calare il lettore in una tensione intollerabile per poi, puntualmente, truffarlo con un capovolgimento finale inatteso. Ciascuno dei brevi racconti presenti in questa raccolta è una testimonianza della formula perfetta trovata da Ritchie: leggerli è come trovarsi davanti a un cantastorie sadico che ci racconta una storia dell'orrore con i tempi comici di una barzelletta, lasciando a noi la scelta se urlare di terrore o scoppiare a ridere.
Campione della miniatura, eccellente nella gestione della tensione, Ritchie ha fatto della brevità, e dell'ironia, veri e propri pilastri della sua poetica: "Non c’è romanzo che non si possa migliorare trasformandolo in un racconto breve: nelle mie mani, I Miserabili sarebbe diventato un pamphlet".
Il racconto che dà il titolo al libro ha ispirato il celebre film omonimo con Elane May e Walter Matthau.
Magistralmente cinico.


3) L'inaspettata eredità dell'ispettore Chopra di Vaseem Khan (Newton Compton)
Tutt'altra atmosfera quella del giallo ambientato a Mumbai di cui stiamo per parlarvi. Non la Mumbai mistica, criminale, psichedelica e infernale di Shantaram (imperdibile libro autobiografico di Gregory David Roberts), ma comunque realistica, resa, per quanto possibile, nella sua unicità di macrocosmo cangiante ed oceanico, in cui centinaia di migliaia di persone brulicano tra miseria e successo, in una "disperata vitalità" tipicamente indiana che non a caso affascinò Pasolini nel suo primo viaggio del 1961 (narrato appunto ne L'odore dell'India).
L'ispettore Chopra, virtuoso e saggio, appena giunto alla meritata pensione, riceve in dono un  regalo, per quanto piccolo, necessariamente ingombrante,: un elefante.
 Tanto per fugare ogni dubbio, viene ribattezzato Ganesha: il Dio dell'Innocenza e della Saggezza.
Le qualità interiori che lo guideranno, come una magica protezione, in una discesa improvvisa e pericolosa nelle viscere degli slum. C'è qualcosa di commovente in questo vecchio ispettore, ormai libero da vincoli e impegni, che continua a rischiare la vita per mantenere la promessa di giustizia giurata ad una madre davanti al cadavere del figlio.
La nostra discreta conoscenza della cultura indiana ci ha consentito di cogliere tutti i riferimenti, i giochi di parole e le sfumature del libro nelle sue mille referenze, forse un glossarietto o delle note esplicative potrebbero aiutare un lettore meno avvezzo a mantra e ricette del Maharastra.
Una lettura in grado di essere positiva senza essere stucchevole.


4) Il Principe Rosso di Timothy Snyder (Rizzoli)
Questo è davvero un bel libro.
Sarebbe senza dubbio piaciuto ad Hugo Pratt. La figura dell'Arciduca Guglielmo D'Asburgo, infatti, bisessuale e socialista discendente della famiglia reale che aveva regnato su mezza Europa, ormai in decadenza, sembra proprio quella di un personaggio incontrato da Corto Maltese nelle sue avventure rocambolesche, tra pirati e massoni (non a caso pare che l'eroe di Pratt sia ispirato ad un altro discendente della casata, Luigi Salvatore d'Asburgo-Lorena).
Il bellissimo e carismatico Arciduca ha attraversato il primo Novecento col fascino di un eroe byroniano, diviso tra lignaggio e ideale, volontà e destino, ambizione e fortuna avversa.
Forte della sua dignità nobile, con fierezza l'Arciduca sfidò sia Hitler che Stalin, ma purtroppo terminerà la sua vita, dopo averla dedicata al sogno di un'Ucraina indipendente, deportato in una cella sovietica, stroncato dalla tubercolosi.
Una vicenda così affascinante non poteva non sedurre Snyder, docente di Storia a Yale, in grado di architettare un racconto avvincente e documentatissimo, che a tratti evoca la dotta prosa di Robert Darnton più che quella accattivante di Valerio Massimo Manfredi.
Splendido e conturbante.


5) Da quassù la terra è bellissima di Toni Bruno (Bao)
Provocatoriamente, inserisco un fumetto serio tra letture, solo apparentemente, spensierate, tanto per burlarmi degli stereotipi.
Davvero significativo il salto di maturità che Toni Bruno ha effettuato dalle sue pur valide prove precedenti (dedicate a temi delicati quali la morte di Stefano Cucchi e la parabola di Kurt Cobain).
Il libro è davvero raccontato bene, evitando le insidiose trappole di una narrazione codificata da 60 anni di film e romanzi: la tensione globale, individuale e collettiva, ingenerata dalla Guerra Fredda.
Bruno concilia una narrazione spontanea, disinvolta, giocosa con la drammaticità del tema: l'eroe sovietico della conquista dello spazio (ovviamente ispirato a Gagarin, a cui dobbiamo la citazione del titolo) è entrato in crisi ansioso-depressiva. Dal suo stato d'animo deriva la gloria di un intero paese, forse la stabilità degli equilibri politici internazionali. Dovrà ricorrere alle cure di uno psicoterapeuta...americano.
Ecco, uno spunto così poteva risolversi in macchietta o apologo buonista in poche tavole. Invece, Bruno riesce, grazie soprattutto ad un'attenta regia e ad una buona capacità di introspezione psicologica, a rendere tutto plausibile, convincente, persino toccante.
Una riuscita riflessione sul potere dell'empatia.
Uno dei migliori fumetti del 2016.


6) Il Libro dei Viaggi nel Tempo di James Wyllie, Johnny Acton e David Goldblatt (Newton Compton)
Abbiamo già citato il nostro adorato Robert Darnton, un campione della divulgazione storica.
Se in parte Timothy Snyder aveva ricordato la passione per gli angoli più oscuri e illuminanti della storia, i tre autori di questo delizioso ed inusuale testo storico possono essere accostati all'altro lato della sua coltissima opera di scavo storiografico: il gusto divertito per la curiosità, il paradosso, l'approccio imprevedibile all'oceano di conoscenza imponderabile del cammino umano.
Con la cornice giocosa del viaggio temporale, siamo condotti in momenti cruciali o altamente significativi della storia umana. Il talento degli autori è tutto nel calarci interamente nel quotidiano di quei momenti, maniacalmente ricostruito, con dilettevole attenzione ai particolari (i biglietti dei mezzi pubblici, l'abbigliamento, le condizioni climatiche, i posti dove spendere meno e mangiare meglio). Diciotto mini-guide turistiche per diciotto momenti sparsi nel grande libro degli errori umani, pietre miliari della nostra incerta evoluzione: dal debutto di Shakespeare al Golden Globe a Woodstock, dall'eruzione del Vesuvio all'arrivo di Marco Polo a Xanadu, dai concerti dei Beatles ad Amburgo risalendo alla prima spedizione di Captain Cook.
Certo, la selezione è eurocentrica e con una predilezione spiccata per la contemporaneità.
Avremmo apprezzato un salto alla corte di Ashoka o di Re Janaka, una conversazione con Confucio o Socrate, una sessione di preghiera con Guru Nanak o Rumi, anche solo una serata nel palazzo imperiale di Akbar.
Ma, comunque, apprezziamo l'approccio disinvolto e attento ai singoli episodi, consapevoli dell'impossibilità di abbracciare l'immenso corpo sfuggente del divenire storico.
Stimolante e istruttivo.

 

7) L'Enigma dell'Alfiere di S.S.Van Dine (Barbera Editore)
In realtà avrei potrei suggerire qualsiasi libro scritto da Willard Huntington Wright (questo il vero nome dello scrittore e critico d'arte) che abbia come protagonista l'incantevole egomaniaco Philo Vance. Come spesso nella storia, dobbiamo rendere grazie a un incidente: Wright era un importante intellettuale, autore di una imponente monografia su Nietzsche, direttore della rivista Smart Set , sulla quale pubblicavano autori del calibro di Ezra Pound, Yeats e Conrad (perfino D'annunzio!), quando una devastante crisi di nervi indusse il medico curante a suggerirgli di dedicarsi a una forma più leggera di letture: i libri gialli. Con la sua forma mentis geniale, Wright divenne subito un esperto enciclopedico del genere, scrisse un saggio esaustivo sul genere detective story, ma soprattutto divenne S.S. Van Dine (le iniziali riprese dall'adorata rivista menzionata, il cognome un'allusione a Van Dyck), il padre della per noi fraterna figura di Philo Vance.
Come tutti i maestri, iniziò uccidendo con rispetto il proprio: tutti i romanzi di Van Dine capovolgono il metodo induttivo dell'amato Sherlock Holmes. Ciò che appare evidente a una prima indagine è palesemente un inganno. La verità va ricercata nei dettagli minimi, spesso nelle pieghe nascoste della vicenda, seguendo percorsi apparentemente irrazionali o paradossali, ma in realtà guidati da una impeccabile logica deduttiva. Un insegnamento filosofico, prima che investigativo.
Se un giorno fossimo affrancati per benedizione superna dal giogo della necessità, ebbene, desidereremmo passare il nostro tempo cullati dall'ipnotica logorrea di Philo Vance, l'elegantissimo, coltissimo, sarcastico e sprezzante protagonista, rigorosamente credente solo nel potere inesorabile della logica, e proprio per questo consapevole dei suoi limiti invalicabili. Un maestro di cinismo colmo di tenerezza per i bambini e gli animali (come ricorda in QUESTO bel pezzo Edoardo Ripari) magnificamente descritto dall'autore: "Aristocratico per nascita e istinto, teneva se stesso rigorosamente distaccato dal mondo in cui vivono le persone comuni. Nel suo modo di fare era presente un’indefinibile forma di disprezzo per l’inferiorità in qualsiasi sua manifestazione".
Descrizione tratta da La Strana Morte del Signor Benson.
Confessiamo che anni fa ci accostammo al libro solo perché divertiti dal libro, pensando a ben altro omonimo.


Così la Grazia si manifesta, per le vie più ilari e meno protocollari.
Più che un libro, uno dei piaceri assoluti dell'esistenza.

Buona Lettura!