venerdì 13 gennaio 2017

La via del vizio - la novella moralistica del giovane Bram Stoker


Bram Stoker, pur avendo creato con Dracula una delle figure più iconiche della letteratura moderna, non può essere certo annoverato tra i supremi maestri di stile della letteratura moderna.
Nelle sue pagine non ritroviamo lo scavo psicologico di E.A.Poe, la diabolica immaginazione di Lovecraft, lo slancio travolgente di Mary Shelley, il delirio parossistico del "monaco" M.G. Lewis, men che mai il magistrale possesso della tensione narrativa di Henry James.

La creazione del suo romanzo più celebre, composto sotto forma di frammenti epistolari e note di diario, è chiaramente ispirata al precedente de Il Vampiro di Polidori.
Sono note le circostanze che videro nella stessa notte "buia e tempestosa" riunirsi Byron, il suo segretario Polidori, appunto, Shelley con la sua futura moglie Mary, assieme alla sorellastra di quest'ultima, in una villa a Ginevra: una notte in cui l'Inconscio Collettivo, complice una gara letteraria sorta in seguito alla lettura dell'antologia tedesca Fantasmagoriana, concesse nella stessa casa l'accesso a due figure archetipiche, Frankenstein alla Shelley e Il Vampiro a Polidori.
Stoker scriverà Dracula sessantuno anni dopo quel supremo momento di creatività oscura: il suo libro più famoso in realtà chiude il grande fiume sotterraneo del racconto gotico, che avrà i suoi campioni, oltre agli autori citati, in Horace Walpole e Charles Robert Maturin.

Ma il suo esordio letterario era avvenuto ventidue anni prima di raggiungere il proprio picco creativo.
Ed è proprio questa rarità letteraria che viene finalmente tradotta in italiano da Edizioni della Sera, casa editrice che ci ha ormai abituato ad anomale preziosità.
Il libro si chiama La via del vizio, e come il titolo rivela si tratta di un cupo apologo moralista, sulla scorta di un naturalismo spietato che in quegli anni stava raggiungendo il suo culmine grazie al genio inflessibile che scandiva la prosa chirurgica di Émile Zola (Il ventre di Parigi uscì tre anni prima, L'Ammazzatoio un anno dopo).
La parabola è quasi da memento mori, da exemplum medievale (non a caso l'ispirazione si dice "gotica") in negativo,  tecnicamente si tratta di una temperance novel, o meglio di una novella a tesi, volta a mostrare le conseguenze del bere: una coppia felice e serena, piena d'amore e di speranze, perderà l'innocenza primordiale quando il marito si recherà nella diabolica Londra, covo d'ogni vizio, ove in breve conoscerà alcool, gioco d'azzardo, lussuria, fino a scendere ogni grado dell'abiezione.
Scontata la tragedia finale autodistruttiva.

Nella traduzione si smarrisce una dotta citazione dall'inizio dell'Amleto: The Primrose Path, il sentiero di primule calpestato da coloro che non obbediscono alla morale.
Parole tristemente profetiche che Ofelia rivolge a Laerte.
Ofelia secondo J.W.Waterhouse, 1894
Ma è la stessa ottima cura di Elisa Bolchi a rivelarcelo, nella interessante traduzione che rende più apprezzabile la lettura di un testo non certo memorabile per originalità o lodevole per assenza di schematismo.
Ciò che interessa è però riconoscere lo stile germinale dell'autore destinato a una fama duratura, entrare nel laboratorio giovanile della mente di Stoker, dove già si delineano alcuni luoghi interiori, alcuni trucchi narrativi, alcune astuzie che ritroveremo nel più celebre romanzo ispirato a Vlad l'Impalatore.

Stoker scrisse diciotto libri, ma la grande massa dei lettori ne conosce solo uno.
Questa è l'occasione per esplorare i suoi primi tentativi con la misura del racconto lungo, i suoi passi iniziali nell'analisi dei meccanismi di perversione dell'animo umano.
Una lettura che, pur nei suoi limiti estetici, consigliamo come dovuta a tutti gli appassionati e studiosi della letteratura del terrore.


Da Tasso a Pasolini, passando per Sade (ed Eleusi)



A Leopoldo Carloni

Ieri sera al Teatro India di Roma il cartellone ha offerto una serata di particolare interesse, forse più per le stimolanti suggestioni concettuali dell'accostamento fra i due spettacoli in scena che per la riuscita degli stessi.
Parliamo di Aminta - S'èi piace ei lice, ispirato alla fiaba pastorale di Torquato Tasso, e Orgia di Pier Paolo Pasolini, crudissimo testo del 1968 in cui già affiora la riflessione tra violenza e Potere che esploderà in Salò - Le Centoventi giornate di Sodoma e che ritroviamo nelle pagine più tremende di Petrolio.


Cosa lega questi testi così distanti? Cosa lega la classica compostezza rinascimentale dei versi del Tasso alla confessione ferina e crudele di Pasolini? Cosa lega l'atmosfera arcadica e leggiadra, sospesa fra castità sdegnosa e richiamo dei sensi, della vicenda di Silvia con le ripetute umiliazioni carnali a cui viene costretta programmaticamente la moglie del protagonista di Orgia?
C'è un legame, in una figura nerissima e imprevedibile: il Marchese de Sade.
O, se volete, il suo opposto metafisico: Dante Alighieri.

No, non mi riferisco alle scene di stupro (scampato in Aminta, reiterato bestialmente in Orgia) presenti nelle due opere originali e poste in scena nelle due rappresentazioni (in maniera paradossalmente più urtante nel primo caso).
Mi riferisco a un filo rosso concettuale, di cui sono debitore a uno dei miei grandi maestri, quel grande intellettuale, cristiano illuminato, che è Giovanni Casoli.
Il verso "S'ei piace, ei lice", con sprezzatura lasciato cadere dal Tasso nel ritmo armonioso delle rime leggiadre, è in realtà un manifesto programmatico che sancisce, nella storia della letteratura, una frattura tra etica ed estetica.
La visione per cui Dante poneva "Cleopatràs lussuriosa" nel V° dell'Inferno ("che libito fé licito in sua legge"), diviene, nei fasti spensierati della corte estense, completamente  rovesciata, in un apparente richiamo alla "lieta giovinezza" medicea, evocata il secolo precedente.
Tasso, come il più scaltro dei personaggi di Shakespeare, dice ciò che non si può dire tra gli applausi della corte: nell'elegante cornice dell'Età dell'Oro, nel racconto giocondo della vicenda di Silvia (nome che ispirerà i versi celebri di Leopardi), sacerdotessa di Diana che alla fine cede alle lusinghe di Natura e Amore, distrugge concetti fondanti della cultura cristiana europea d'allora, come onore e castità.
A rigore, queste sono le premesse che conducono, sviluppate nel frattempo dai filosofi libertini, a Sade: "S'ei piace, ei lice". Se dona piacere, è lecito.
Arriverà solo dopo Freud, a fornire false giustificazioni pseudo-scientifiche.
Non  a caso, il verso è titolo dello spettacolo, slogan e mantra, addirittura tatuato all'inizio della rappresentazione sul dito di uno dei registi/attori.


La rappresentazione, dunque, ha il pregio di riportare al centro dell'attualità un testo straordinario, e coglierne intelligentemente la potenza culturalmente rivoluzionaria, con un attento lavoro di scavo filologico.
Dall'altro, molte cose ci hanno lasciato perplesso della rappresentazione: se apprezziamo l'idea di una versione contemporanea, che rompa la convenzione recitativa in un "percorso visuale e sensoriale"  dell'opera (riprese in esterna che si legano a presenze mute sulla scena, proiezioni su teli, voci registrate emesse da inquietanti megafoni, effetti sonori assordanti, giochi di luci e vento), non ci ha entusiasmato la realizzazione.
Non basta la bellezza dei tratti rinascimentali di Clelia Scarpellini, in un elegante vestito trasparente, a rendere lo sdegnosa fierezza di Silvia, non bastano alcune riprese in esterna a Villa Pamphili a ricreare l'ambientazione arcadica, non convince la scena di rappresentare il tentato stupro da parte di un satiro con le immagini della ragazza che si dimena seminuda legata sullo schermo, mentre un bodybuilder mostra la sua feroce muscolarità sulla scena.
Le intuizioni sul gioco sinestetico sono valide (le doppie voci registrate, che echeggiano un super-io paradossalmente in vece di Es, non possono non far pensare all'Erodiade interpretata simultaneamente da Lydia Mancinelli e Alfiero Vincenti nella Salomé di Bene) ma l'estetica appare al nostro gusto troppo laccata, i personaggi sembrano uscire dalle pagine di riviste di moda più patinate e il senso dell'opera secondo noi non è approfondito come promesso nel convincente inizio.

Licia Lanera in Orgia
Il legame sadiano ci conduce alla seconda rappresentazione, paradossalmente più convenzionale ed equilibrata, pur nella estrema crudezza dei contenuti esposti.
Licia Lanera, regista e protagonista, sceglie coraggiosamente di dominare la scena, in entrambi i ruoli (marito carnefice e moglie vittima), condividendola solo nella seconda parte con Nina Martorana, nel ruolo della prostituta che scampa al massacro.
Lo sforzo è notevole, il gioco di contrapposizione tra lo squallore delle violenze evocate in scena e lo splendore delle tele che fanno da sfondo (Lorrain, Caravaggio e Furini) è facile (soprattutto nel caso della Maddalena caravaggesca) quanto efficace.
Licia Lanera sceglie per la sua versione del testo, delirante e spietato, un tono confidenziale, emotivo, tra lamenti infantili e animaleschi della vittima e la folle serenità programmatica del boia, assieme a una serie di scelte (dal vestiario alle musiche) appartenenti all'immaginario rap e hip hop; non esattamente scelte che avremmo consigliato.
Come anche certi ammiccamenti alla pornografia ci sembrano superflui; uno potrebbe dire: "Ma come? Si tratta di un testo che parla di sesso estremo e violento!". Appunto, non c'è  bisogno di caricarlo ulteriormente con pose cagnesche e ovvie allusioni con microfoni e yogurt.
Più riuscita, invece, ci appare la scelta di mimare la violenza subita nei corpi nudi e offesi, spasmodicamente rantolanti sul palco, nella camera nuziale che diventa tana e prigione.
Siamo però qui nell'ambito del gusto personale, lo spettacolo merita comunque apprezzamento per il coraggio di portare in scena un testo difficile, duro, violento, scandaloso.
La Grotta di Plutone ad Eleusi
Il testo, oltre a riproporre i temi chiave della riflessione apocalittica pasoliniana (lo smarrimento della sacralità del mondo arcaico contrapposto al genocidio culturale della Neo Preistoria capitalistica), fa da trait d'union nella deriva freudiana dell'ultimo Pasolini, tra Teorema e Salò.
Parliamo di un testo scritto nell'anno chiave 1968, in cui Pasolini, sempre avanti ai tempi, non solo prenderà come è noto le distanze dalla contestazione studentesca (frutto, ricordiamo, di una innaturale alleanza rossobruna), ma inizierà a svelare il trucco borghese della cosiddetta "rivoluzione sessuale".
Emerge, nel testo, non solo la seduzione estetica che ha intrappolato il poeta nella spirale autodistruttiva del sadomasochismo (il protagonista sa che "questo è Male" ma non sa resistere poiché esso è per lui "infinitamente più bello di ogni Bene"), ma soprattutto, emergono delle illuminanti definizioni: l'orgia animalesca con cui il protagonista vuole "morire" uccidendo la moglie (e la sua dignità) viene presentata prima come "spettacolo", viene sottolineato ossessivamente come tutto non sia "un gioco".
Ma ciò che ci interessa è che nel testo a un certo punto affiori come lo stupro sistematico e la distruzione della famiglia siano vissuti come "una cerimonia".
Non è un'espressione casuale: tornerà dichiaratamente in Petrolio.
Su questo non possiamo non citare le riflessioni di Emanuele Trevi in Qualcosa di scritto, libro interessantissimo, metà gustosamente autobiografico (l'autore descrive i suoi anni al Fondo Pasolini, accanto alla furiosa, folle decadenza di Laura Betti), metà ardito saggio sul significato segreto di Petrolio (e di Salò).
Rimandiamo a una centratissima recensione di Pietro Citati QUI per uno sguardo d'insieme sul libro.
Un testo che consigliamo a chiunque sia interessato alla figura del poeta ucciso.
Anche se non condividiamo il disprezzo di Trevi per le tesi "complottistiche" (ci sembra eccessivo sostenere che a Pasolini di Cefis non fregasse nulla), troviamo di grande interesse le intuizioni sul legame tra metamorfosi e violenza rituale in Petrolio, considerate come ricerca e recupero dei Misteri Eleusini.
Già in Orgia, prima di Petrolio, è presente la metamorfosi sessuale tra Uomo e Donna.
Scrive Trevi: "Diventare donne, da uomini che si era: questa è la suprema, la perfetta, la decisiva metamorfosi. È la porta stretta che deve imboccare qualunque iniziazione veramente efficace".
Linguaggio evangelico: dalla equivalenza Lenin/Cristo Pasolini si muoverà verso le spire della follia sacra, in un percorso a ritroso del percorso di trasmissione dei rituali e dei simboli.
Tema cruciale, illuminante e, per noi, che non contraddice per nulla il fatto che Pasolini possa essere stato ucciso per motivi politici.

Emanuele Trevi

Non ci sediamo fra complottisti o mistici nel gran calderone delle tesi sulla morte di Pasolini: l'analisi della complessità nelle ricerche simboliche di Pasolini non va derubricata a mistificazione, la volontà di cercare la verità sull'omicidio non può essere bollata come paranoia.
Entrambi i filoni intraprendono sentieri di ricerca fondati da evidenze.
Nel caso di Trevi (che conclude il suo atipico romanzo/saggio/diario con un reportage commovente e straniante proprio da Eleusi, un ateo alla ricerca del sacro smarrito) riportiamo una delle definizioni più suggestive dell'ultima opera incompiuta di Pasolini: "fin dal momento della prima concezione, è un libro sacro, un annuncio, una rivelazione. Le gesta sovrannaturali dei suoi burattini allegorici rimandano a un processo in atto, a una verità che sta accadendo".

Dunque, al di là della riuscita dei singoli spettacoli, confermiamo come la programmazione del Teatro India sia sempre feconda di spunti, riflessioni, sguardi non consuetudinari, un laboratorio di sperimentazione culturale che merita sempre uno sguardo attento.


venerdì 6 gennaio 2017

TUTTI GLI ARTICOLI DI DICEMBRE




Care lettrici, cari lettori,
Ecco il riassunto degli articoli di Dicembre pubblicati su varie testate.

Su Repubblica XL:
- abbiamo stilato con Gianmaria Tammaro la Top 10 dei migliori fumetti del 2016 QUI


Su Minima&moralia:
- abbiamo intervistato Massimo Popolizio sul suo rapporto con Pasolini, Roth e Luca Ronconi QUI

- abbiamo partecipato alla lista collettiva dei libri del 2016 QUI


Su il Blog de Il Fatto Quotidiano:
- abbiamo parlato di come in Eros e Priapo di Gadda ci siano delle spiegazioni illuminanti sul presente QUI



Su spezzandolemanette:
- il riassunto degli articoli di Agosto e Settembre (da Blake ai Genesis, da Tolkien a Pound, da Aldo Manuzio a Einstein) QUI 



- una riflessione su Il Rinoceronte di Ionesco QUI



- il riassunto degli articoli di Ottobre e Novembre (da Gipi a Dylan, da Elio a Leonard Cohen, da Lauren Groff a Robert Darnton) QUI



- una serie di appunti su alcuni libri che ci hanno colpito nel 2016 QUI

Buona lettura e buon anno a tutti i miei venticinque lettori!

sabato 24 dicembre 2016

Appunti su 21 libri interessanti (anzi 24)


  



Care lettrici e care lettori,
chiariamo subito: questa non è una classifica.
Sono appunti volanti su libri che ho letto nel corso dell'anno sui quali ho desiderato, e tuttora desidero, scrivere di più, approfondire, riflettere.
Mi è stato chiesto di stilare per altre testate liste di fine anno, seguendo parametri  più strutturati, criteri di equilibrio e visione ampia del panorama editoriale.
Queste sono libere note sul mio diario virtuale.
Ci sono libri che ritengo fondamentali, altri che segnalo per la loro originalità, altri perché li sto leggendo in questo momento e stanno meritando la mia attenzione.
In realtà quasi ogni giorno vi segnalo libri, dischi, film, mostre, spettacoli teatrali, eventi.
Il nostro umile ruolo è avvistare scintille di luce nelle tenebre.

Basta premesse, ora, procediamo.

Per chi ama riflettere




1) Notas, Nicolas Gomez Davila (Circolo Proudhon) 
   in due volumi
Spesso citato a caso come un banale aforista cinico, Gomez Davila è un raffinato artista del pensiero, rappresentante di quel pensiero reazionario alto, nobile, lontano dalla mia visione socio-politica, ma senza dubbio degno di una ponderata riflessione.



2) Storia di Pi Greco, Pietro Greco (Carocci)
Che belli i libri di divulgazione, che abbattono barriere, svecchiano definizioni, aprono la mente. Questo si inserisce prepotentemente nel benedetto novero.



3) Francis Bacon. Logica della Sensazione, Gilles Deleuze (Quodlibet)
Un testo da rileggere periodicamente, tra le vette della prosa di Deleuze, che trova in Bacon un perfetto fratello artistico. Lontano da certe ridondanze compiaciute del pensiero post-strutturalista, qui si trovano parole pressoché definitive su un artista limite del Novecento.



4) Kojève mon ami, Marco Filoni (Aragno)
Chi scrive non può certo definirsi un amante del pensiero di Hegel. Ma, in un'ideale legame con l'articolo affine dell'anno precedente, senza le lezioni di Kojève non avremmo avuto il brillante corpo a corpo di Bataille con il gigante dell'idealismo moderno (raccolte sempre per Aragno da Massimo Palma in Piccole ricapitolazioni comiche). Marco Filoni è guida esperta e illuminante.



5) Una vita con Cioran, Simone Boué (Scuola di Pitagora)
Se non amiamo l'assertività hegeliana, nemmeno ci esaltiamo per quella eguale e contraria di Cioran, il nichilista professionale, il negatore sistematico. Grande penna, ma per noi limitato pensatore.
Qui appare nel suo volto intimo, toccante, autentico.
Rivelatore.


Per chi è in ricerca




1) Dal naufragio di Europa, Ezra Pound (Neri Pozza)
Benché Pasolini prima e Cacciari poi abbiano imposto la visione ardente e apocalittica di Pound all'attenzione dell'intellighenzia di sinistra, purtroppo il suo cognome evoca ancora imbecilli rasati e complottardi decerebrati. Invece, è una delle più grandi menti letterarie del Novecento. Qui si raccolgono pagine di bellezza travolgente.
Leggetelo, strappate la sua grandezza dalle grinfie degli idioti.


2) La filosofia del culto, Pavel Florenskij (sanpaolo)
Florenskij ci ha cambiato la vita, da quasi vent'anni.
E continuiamo a scoprire sapienza e bellezza in quel giacimento filocalico che è la sua opera immensa.
Ogni pagina, un'epifania.


3) Il cacciatore celeste, Roberto Calasso (Adelphi)
Ennesimo libro di Calasso, ennesima tappa obbligatoria per chi sa cercare fuori dagli schemi.
Al di là del godimento squisitamente estetico della prosa dotta e raffinata, lo sguardo al di là del tempo e dello spazio di Calasso riesce a illuminare il presente recuperando con magistrale perizia filologica le pagine più affascinanti del passato.
Come le Metamorfosi di Ovidio.
4) Il silenzio della mente, Ramesh Manocha (La Cultura della Madre)
Prendete questo libro e inchiodate alla lettura tutti gli spocchiosi razionalisti che deridono le pratiche meditative. Uno studioso di alto livello, studi rigorosi, risultati innegabili.
I dogmi del materialismo mostrati nella loro miseria di specchio negativo di quelli religiosi.
Fuori dai dogmi, aria fresca nel cervello.
Leggetelo e vivete una vita migliore.


5) Essere o Vivere, Francois Jullien (Feltrinelli)
Anche qui siamo in quell'area intellettuale dove l'intelligenza snobba le etichette, conosce e compara, apprezza e comprende diversità, sfumature, variazioni, convergenze.
In un momento di scontro fra civiltà, questo confronto tra Oriente e Occidente in venti contrasti (venti occasioni di dialogo) andrebbe studiato a scuola.

Per il piacere della lettura


1) L'armonia segreta, Geraldine Brooks (Neri Pozza)
Feroce e alata narrazione sullo splendore di Re David: raccontato dal suo profeta, dilaniato dal proprio dono, diviso tra sdegno per l'ingiustizia e consapevolezza della volontà divina.
Potente e coraggioso.


2) Atlante dei paesi sognati, Dominique Lanni (Bompiani)
Idea incantevole: tracciare le mappe dei luoghi immaginari (o vagheggiati) della storia della letteratura mondiale. Da Esiodo a Marco Polo, e ben oltre.
Per amanti del viaggio e del sogno.


3)  Des mois, Tommaso Landolfi (Adelphi)
Di Landolfi leggeremmo pure la lista della spesa, convinti di scoprirci un acrostico occulto in terza rima. Riflessioni libere, intuizioni improvvise, appunti volanti, note quotidiane: il laboratorio di un maestro di stile, le confessioni di un pensatore tormentato.


4) La forma fragile del silenzio, Fabio Ivan Pigola (Edizioni della Sera)
Difficile per noi esaltarci con la letteratura italiana contemporanea.
Ci siamo fidati però delle Edizioni della Sera, sempre attente a scovare gemme nascoste.
Non ci siamo pentiti.





5) Legami Feroci, Vivian Gornick (Bompiani)
Un'autobiografia emotiva in forma di racconto, un'educazione sentimentale in forma di confessione.
Una scrittrice esperta affila le sue armi per il confronto con la sua vita ed i suoi affetti, in primo luogo la figura adorata e ingombrante della madre.
Da leggere soprattutto per la scrittura appassionata, spietata, vibrante.

Per chi ama i fumetti


1) Dieci elegie per un osso buco, Leila Marzocchi/ Pinko Zeman (Coconino)
Lo so, è uscito un anno fa.
Ma è comunque uno dei fumetti migliori degli ultimi due anni.
Solo per il titolo meriterebbe la candidatura al Premio Strega.



2) Storie di un'attesa, Sergio Algozzino (Tunué)
Giocato su piani diversi di narrazione, incastrati con eleganza, il libro di Algozzino offre una notevole prova di controllo formale. L'intreccio seduce e rivela, come narrazione riuscita deve fare. Colto e misurato.




3) Glenn Gould - una vita fuori dal tempo Sandrine Revel (Bao publishing)
Un omaggio a fumetti non convenzionale, composto di ipnotici silenzi, malinconica introspezione, improvvisi invasamenti, puntuali richiami biografici, a una delle figure più carismatiche dell'Arte del Novecento.
Era facile scivolare nella retorica, nel trionfalismo, nella caricatura agiografica.
Trappole evitate con rigore ed eleganza.



4) La repubblica del catch, Nicolas de Crecy (Eris)
Grottesco, brillante, originale: che gran fumetto!



5) Mezolith, Ben Haggarty/Adam Brockbank (Diabolo)
Incubi ancestrali, traumatiche iniziazioni, simboli a profusione, furia e innocenza.
Mentre lo abbiamo letto, ci siamo sorpresi a fare il tifo.


Ed ecco tre libri fuori definizione


-  My Generation, Igort (Chiarelettere)
Igort dovrebbe essere dichiarato dall'Unesco patrimonio dell'umanità.
Il pregio minore del libro è che è scritto benissimo.
Si tratta di un documento di straordinario interesse: anni cruciali del recente passato, raccontati da un testimone (e protagonista) d'eccezione.




- Tagliare le nuvole col naso, Elle Frances Sanders (Marcos y Marcos)
Dopo il successo di Lost in Translation, ecco il proseguimento del discorso interculturale dell'autrice, sempre con la traduzione impeccabile di Ilaria Piperno.
Un viaggio nei modi di dire di tutto il mondo, alla ricerca della sapienza popolare, geniale a tutte le latitudini.
Un talismano contro l'ignoranza.





- Vita con Lloyd, Simone Tempia (Rizzoli Lizard)
Un'oasi di umorismo garbato in un deserto di urla e volgarità.


Buone Feste!


martedì 20 dicembre 2016

TUTTI GLI ARTICOLI DI OTTOBRE E NOVEMBRE





Pico della Mirandola, protettore dei bibliofagi
Care lettrici e cari lettori,
prima del grande riassunto annuale, ecco l'ultimo blocco bimestrale di articoli pubblicati su varie testate.

Ad Ottobre abbiamo pubblicato:

Su DATE*HUB
- la nostra recensione del giocone di Gipi, Bruti QUI

Su FUMETTOLOGICA 
- le nostre riflessioni sul volume Einaudi La Rabbia QUI

Mentre ricevo l'iniziazione bruta da Gipi
Su REPUBBLICA XL

- le nostre argomentazioni a favore del Nobel a Dylan QUI
- la nostra intervista a Peter Murphy dei Bauhaus QUI
- il nostro incontro con Elio QUI
Elio e il sottoscritto in una gara di bellezza
Su il Blog de Il Fatto Quotidiano
- abbiamo parlato della sindaca di Barcellona Ada Colau QUI


Su spezzandolemanettedellamente:
- abbiamo parlato dell'evento allo Spazio Cima su Anna Magnani QUI
- abbiamo confrontato le figure della Dea Laskhmi e della Venere botticelliana QUI


Nel mese di Novembre, invece abbiamo pubblicato:
Su FUMETTOLOGICA
- l'intervista collettiva sugli stereotipi sessisti QUI
- la recensione del Golem di Artibani e Dell'Edera QUI
- la recensione di The Passenger di Rizzo e Bonaccorso QUI



Su REPUBBLICA XL
- il nostro commosso tributo a Leonard Cohen QUI


Su Minima&Moralia ben quattro conversazioni:
- con Giovanna Marini QUI
- con Elena Arvigo QUI
- con Teho Teardo e MP5 QUI
- con Lauren Groff QUI

Sul Blog de Il Fatto Quotidiano
- abbiamo parlato di Robert Darnton QUI
- la doppia recensione sui due ultimi audiolibri di Paolo Poli QUI


Su spezzandolemanettedellamente
- abbiamo parlato di Feng Shui QUI
- abbiamo recensito lo spettacolo di maicol&mirco QUI
- abbiamo invitato all'esplorazione dell'universo femminile in Shakespeare QUI



A presto per nuove letture!



martedì 13 dicembre 2016

L'attualità de "Il rinoceronte" di Ionesco al Teatro India


Eugène Ionesco non è solo La Cantatrice Calva, un testo di straordinaria intelligenza introspettiva a cui l'abusata etichetta di Teatro dell'Assurdo appare insopportabilmente stretta: come sentenziò genialmente Giovanni Casoli, ben lungi da una parodia satirica della vita borghese, in essa riconosciamo "la più grande tragedia del Novecento".
In anticipo su Antonioni (il dramma dell'incomunicabilità), su Lynch (l'inquietudine del grottesco nel quotidiano), su tutta la rivolta antiborghese degli anni '60 e '70 (pensiamo ai brani più provocatori di Zappa o agli sketch più arditi dei Monty Python), Ionesco ha messo in scena il Nulla dell'esistenza contemporanea, ritmata da falsi rituali svuotati di senso (come nella prima pagina dell'Ulisse di Joyce), convenzioni formali assassine del vero (in questo vicino a Camus), l'insignificanza del labirinto linguistico (ben prima degli strutturalisti).
L'apparente ghigno di Ionesco è, per noi, superiore alla desolazione infinita (e a tratti compiaciuta) di Beckett.
In lui, c'è la memoria di una luce spirituale, di una conoscenza smarrita, un profondo senso di Caduta, più gnostico che esistenzialista.
Ne è conferma l'interessantissimo diario degli anni della maturità La Ricerca Intermittente, in cui fin dal titolo Ionesco si dichiara autore lontano dalle certezze nichilistiche di Beckett, in grado di mettere costantemente in discussione il proprio percorso: accanto al Pater Noster figurano nel libro aforismi degni del Cioran più nero.
Ecco, Ionesco appare, a volte, l'aureo equilibrio (in bilico tra scetticismo della ragione e intuizione spirituale) fra gli altri due geniali romeni padroni della lingua francese, il custode sapiente della Tradizione Mircea Eliade e il cupo negatore d'ogni senso Emil Cioran.

Tutto ciò si ritrova ne Il rinoceronte, per Ionesco, come per il grande contemporaneo Camus fu La Peste, esso è l'irruzione dell'assurdo nell'esistenza.
Se nel capolavoro di Camus l'attenzione è volta alla pietà umana, al dialogo (im)possibile tra Fede e Ragione, superato leopardianamente nella comune resistenza al Male, Ionesco gioca ancora la carta del grottesco, dell'iperbole comicamente tragica, in cui l'apparente incrinatura della normalità sociale assume progressivamente i caratteri apocalittici di una inesorabile distruzione.
In tempi in cui l'attualità politica contrappone uno stantìo gattopardismo di regime al crescere rabbioso di forme di populismo difficilmente controllabili, crediamo che la visione "assurda" di Ionesco sia più puntuale e illuminante per interpretare il reale rispetto alle analisi spocchiose e sterili degli opinionisti di professione.

Una vetta del Teatro del Novecento su cui promettiamo di tornare con maggiore profondità.
Per ora, ci limitiamo a segnalare che stasera 13 Dicembre al Teatro India di Roma sarà possibile seguire il progetto Domino, ideato e realizzato dai giovani registi Irene Di Lelio e Manuel Capraro.
Le produzioni sono due e indipendenti: Fabrizio, scritto e diretto da Manuel Capraro, con Antonello Azzarone, ed appunto Il rinoceronte, per la traduzione di Giorgio Buridan e la regia Irene Di Lelio, con Gabriele Abis, Antonello Azzarone, Giulia Carpaneto, Luca Mazzamurro, Lorenzo Tolusso.
Buona Visione.

sabato 10 dicembre 2016

TUTTI GLI ARTICOLI DI AGOSTO E SETTEMBRE


Care lettrici, cari lettori,
dopo aver mantenuto un ritmo di quasi un articolo pubblicato ogni due giorni nei mesi precedenti, ad Agosto, per una volta, ci siamo conformati al sentire comune, rallentando di molto il ritmo consueto (ripreso immancabilmente ad estate conclusa).

Su Il Fatto Blog abbiamo parlato dei due romanzi I Misteri di Montecitorio di Ettore Socci  e Casta diva di Girolamo Rovetta QUI


Su minima&moralia del grande omaggio a William Blake organizzato dall'associazione InnerPeace QUI 
                                             

Su spezzandolemanettedellamente
- l'omologo articolo dei mesi precedenti  QUI
- abbiamo parlato degli Area e dei Genesis QUI
- abbiamo parlato di diversi aspetti dell'archetipo della Grande Madre QUI

                                        
- abbiamo proposto una riflessione sui racconti di Carlo Sperduti QUI
- abbiamo affrontato l'adattamento pirandelliano di Lorenzo Bianchi QUI


 A Settembre, mese "del ripensamento sugli anni e sull'età", abbiamo invece pubblicato:


Su DATE*HUB  il nostro paradossale resoconto della mostra su Barbie QUI


Su La Repubblica XL abbiamo raccontato le nostre impressioni sulla biografia di Kim Gordon QUI


Su Fumettologica:
- la recensione dello spettacolo di Monster Allergy QUI
- uno sguardo sull'interessante debutto di Adam Tempesta QUI
- un commento al volume Volti di Barbato e Cavallerin QUI


Su Il Fatto Quotidiano blog:
- abbiamo parlato di C.S. Lewis e Tolkien QUI
- abbiamo esplorato il mistero del Teatro giapponese, con la guida di Pound QUI


Su minima&moralia:
la conversazione sul mistero della morte di Pasolini con Grieco, Benedetti e Giovannetti QUI                                           

- la conversazione con Paco Ignacìo Taibo II QUI


Su spezzandolemanettedellamente:
- abbiamo parlato del fumetto su Aldo Manuzio QUI
- abbiamo segnalato le pagine di Einstein su Lucrezio QUI

Molto presto pubblicheremo il riassunto dei due mesi successivi!