domenica 27 novembre 2016

L'IMMAGINE FEMMINILE IN SHAKESPEARE secondo Paolo Randazzo


Nell'anno del 400esimo anniversario della scomparsa di William Shakespeare, il Bardo sapiente il cui nome è sinonimo di Teatro occidentale nella modernità, innumerevoli sono gli eventi, le commemorazioni, le pubblicazioni in tributo, ciascuna dedicata ad esplorare un differente aspetto della sua imponente produzione.
Nel vasto novero di saggi e riflessioni che abbiamo incontrato, sicuramente salutiamo la pubblicazione in italiano (Superbeat) del racconto biografico del grande Peter Ackroyd, una gemma pressoché obbligatoria, come un evento festoso.


Tra le pubblicazioni in italiano, ci ha particolarmente colpito L'immagine femminile in Shakespeare di Paolo Randazzo (Edizioni Terre Sommerse), forse perché affronta con puntuale preparazione uno degli aspetti per noi cruciali e più affascinanti della storia dell'arte: i diversi volti dell'Eterno Femminino.
Già avevamo affrontato la declinazione shakesperiana del tema su queste colonne, commentando lo spettacolo Shakespeare's Women QUI e intervistandone i protagonisti del Theatre of Eternal Values QUI


Un tema insidioso, dai molti risvolti contraddittori e ingannevoli, alle cui trappole Randazzo sfugge grazie ad una meticolosa ricostruzione delle fonti.
Il libro è di grande interesse in primo luogo dal punto di vista filologico, non solo perché sottolinea il dato (ben noto) delle fonti italiane del Bardo (Matteo Bandello in primis), ma perché offre un agile confronto tra queste e l'elaborazione shakesperiana.
In questo modo, emerge la grande abilità del drammaturgo inglese di trasfigurare e rendere immortali storie precedentemente smarrite, destinate all'oblìo, il dono di saper estrarre il valore archetipico dal ritmo incessante e invariato delle vicende umane, cogliendo gli spunti più vividi e i "correlativi oggettivi" (per citare uno dei suoi grandi studiosi, T.S.Eliot) nelle infinite variazioni della "gran commedia del mondo".
Ecco, T.S.Eliot appunto rimarcava come l'opera di Dante fosse più universale, ma in Shakespeare ci fosse più varietà.

                                 

E questa varietà, ambigua, contraddittoria, sfuggente, animata da violenti contrasti eppure che appare perfettamente armoniosa ad uno sguardo superiore e panoramico, questi volti cangianti del diamante shakesperiano, ed i conseguenti giochi di specchio che essi creano, tutto ciò è la materia della trattazione di Paolo Randazzo.
L'autore, nei capitoli dedicati alle differenti eroine tragiche (Desdemona, Giulietta, Ofelia, Lady Macbeth), insiste su un punto: la grande ribellione culturale messa in scena dal Bardo, nei confronti della grettezza di un cosmo sociale ancorato a vetusti condizionamenti ormai marci, un golfo fuori dal tempo le cui acque stavano tristemente ristagnando (acque in cui, per altro, egli sapeva navigare benissimo).
Shakespeare contemporaneo (forse amico?) di Giordano Bruno, megafono (o maschera come ipotizzato?) di Bacone?
Tesi affascinante, è innegabile.
Noi ricordiamo le parole colme di saggio umorismo del maestro Shri Mataji Nirmala Devi, che in una conversazione privata disse che Shakespeare aveva avuto il ruolo di "esporre la futilità dell'insensatezza delle azioni umane". Pensiamo all'inazione di Amleto che è con tragica ironia fonte di strage, all'attaccamento folle di Romeo e Giulietta che induce al suicidio di entrambi, alla furia ottusa di Macbeth manipolato dalla sua shakti capovolta, alla cecità di Re Lear che premia l'ingiustizia e sprezza l'onestà, perdendo tutto...e potremmo continuare.
Un filo di sapienza eterna che lega Shakespeare a Omero e Dante, prima, e a Blake e Tagore dopo.
Lo sappiamo, è chiaro: c'è anche gloria, virtù, amore puro, eroismo, letizia nelle pagine immortali, immerse nel sogno, alate d'innocenza, ebbre di innamoramento delle commedie.
C'è la follia illuminata di Mercuzio, la beffarda rivelazione del Fool, la conversione e il tradimento, la vendetta e il perdono, il rancore e la santità.
Il tutto testimoniato col calmo sorriso del Sakshi.
C'è tutto, in Shakespeare, il respiro della Bhagavad Gita accennato in una battuta giocosa e definitiva: "Tutto il mondo è un teatro e tutti gli uomini e le donne non sono che attori: essi hanno le loro uscite e le loro entrate; e una stessa persona, nella sua vita, rappresenta diverse parti".
Come vi piace.
Per l'appunto.

                                            
                                                       
Concludiamo con una riflessione di Randazzo su Shakespeare che ci sembra possa riassumere (e invitare il lettore ad approfondire) la ricchezza dei significati del volume: "Tutto ciò che egli toccò divenne assolutamente nuovo e originale, egli fece affiorare indimenticabili immagini femminili che, nel bene e nel male, sono la mimesis della realtà più vera e profonda della donna. Inoltre rappresentò il rapporto uomo-donna facendo risuonare corde profonde che normalmente vengono paralizzare dal pensiero occidentale fondato sulla ragione".



venerdì 25 novembre 2016

Gli Scarabocchi di maicol&mirco a teatro!

Circa quattro anni fa principiavo l'insensata avventura di questo diario virtuale.
Una decisione epocale, financo apocalittica nei confronti della mia proverbiale letargia, mascherata da sicumera, la quale saggiamente mi imponeva di trincerarmi dietro l'Elogio della Pagina Bianca di Stephane Mallarmé.

Una svolta traumatica, che ha avuto come rovescio, in omaggio alla legge della polarità, l'attuale delirio grafomaniacale che vi infliggo quotidianamente.
Due sono i principali responsabili del supplizio che vi martirizza cotidie, io qui solennemente declino qualsiasi attribuzione di colpa.
Quattro anni fa esatti, su richiesta di maicol&mirco, cedevo controvoglia al martellamento storico di Lorenzo Ceccotti.
Nei miei piani, la bizzarria sarebbe sopravvissuta per la durata massima di tre settimane.
Oggi mi ritrovo a conversare ogni settimana, su testate che apprezzo, con gli artisti e gli intellettuali più importanti del panorama culturale contemporaneo.
Colgo l'occasione per ringraziare  tutte le lettrici e tutti i lettori della generosa, quasi incomprensibile, fiducia.

Ho esordito proprio con una prolusione, memorabile testimonianza di squilibrio mentale, su Gli Scarabocchi di maicol&mirco QUI.


In questa tetraèteride (un modo complicato per dire "quattro anni", la cui fondamentale invenzione dobbiamo al buon Solone mentre contestava i cicli lunari di Talete), con Gli scarabocchi ci siamo fatti compagnia QUI e QUI, più in varie prefazioni, ritmando a vicenda i corrispettivi progressi nell'ambito della patologia schizoide, s'intende.
Non è un caso, dunque, che proprio in concomitanza dell'anniversario del blog, Gli Scarabocchi sbarchino a teatro.


[Siete di fronte a una bieca e menzognera forzatura, poiché già più volte lo spettacolo è andato in scena nei mesi scorsi, ma non vedo per quale motivo, nell'oceano di false informazioni in cui si naviga ogni giorno, voi dovreste esercitare il vostro spirito critico, avido di verifica dei fatti, proprio su queste mie sciocche righe.
Fingiamo, dunque, l'ennesima miracolosa coincidenza, in realtà gli abbiamo visti il 4 Ottobre, in onore a San Francesco, a Centrale Preneste Teatro durante la rassegna Teatri di Vetro]


La prima obiezione è spontanea: come portare sulla scena creature così magnificamente astratte, perfettamente iconiche nella loro spettrale inconsistenza, quasi una grottesca esemplificazione, per contrari, del concetto di Wabi-Sabi (si, il volumetto Lost in Translation ci è proprio piaciuto)?
Il concetto Wabi-Sabi, "trovare la bellezza nell'imperfezione", illustrato da Elle Frances Sanders

Come portare sulla scena l'effetto comicamente devastante della battuta violenta che ci sorprende a pagina appena girata, o il ritmo infernale dei paradossi riassunti in una sola, crudele, spietata vignetta? Come rendere la perfezione aforistica (perfezione nera, rovesciata nell'errore assoluto) delle affermazioni definitive, che assumono risonanza universale proprio perché porte da uno scarabocchio disegnato su carta, privo di identità, di corpo, di esistenza reale, mera identità concettuale che ci inchioda alla nostra miseria? Come restituire l'atmosfera irreale del non-luogo immerso nel sangue ove ha forma la quintessenza del nichilismo più beffardo?
Come rappresentare, insomma, in carne ed ossa Gli Scarabocchi?

La sfida è folle, insensata, destinata al fallimento.
Per questo la rispettiamo con grande interesse.

Il regista Andrea Fazzini, direttore artistico del Teatro Rebis (autore, tra l'altro, di un interessante spettacolo su Sylvia Plath), la accetta con coraggio, costruendo un filo narrativo tra le centinaia di vignette sfornate dalla mente filosoficamente criminale di Maicol.
Nell'impossibilità di rendere vivi Gli Scarabocchi, ragguardevole è lo sforzo degli attori Meri Bracalente (bravissima nel passare in pochi istanti dal ghigno blasfemo alla disperazione), Sergio Licatalosi (voce puntuale del disincanto) e Fernando Micucci (esplosivo nella coda dedicata al personaggio di Ivo il Barzellettiere). Le scenografie, essenziali ma convincenti, sono opera di Cifone, mentre la colonna sonora (che Pasolini avrebbe potuto scegliere come sigla per il finale, unica scena contemplabile, di Salò- Le centoventi giornate di Sodoma) sono composte ed eseguite dal maestro MAT64.


Non celiamo la soddisfazione per aver riconosciuto in un momento dello spettacolo un nostro testo, usato brillantemente come presentazione dello spettacolo di barzellette oscene di Ivo.

Ma, insomma, come lo spettacolo?

Bellissimo, disastroso, adorabile, superfluo.
 Dipende dal punto di vista.

Da un lato l'idea è geniale: Gli Scarabocchi di maicol&mirco sembrano scritti in manicomio da Antonin Artaud. Proprio per questo qualcuno potrebbe dire che il progetto è inutile: portare a teatro un fumetto che è già compiutamente teatro, ma solo all'interno del suo essere un fumetto (no, non è una supercazzola, rileggetela con calma).

Da un lato la riuscita è ottima: i tempi comici funzionano perfettamente, la gente ride fino alla diuresi incontrollata, gli attori trovano una simbiosi convincente nei botta e risposta, nelle smorfie concertate, nei gesti simulanti le creature fumettistiche.
Dall'altro, la distanza è chiaramente incolmabile, tra l'impatto della lettura e la contemplazione dello spettacolo.

In breve, lo spettacolo in sé, autonomamente funziona, e bene.
Si tratta di una delle cose più intelligenti che possiate vedere a teatro.
Ma, chiaramente, vive del confronto, del rimando alla fonte, per quanto la mano registica si senta, nella creazione di un sentiero di riflessione coerente (Maicol nella presentazione che facemmo con Fazzini da Giufà si disse "continuamente sorpreso da se stesso").

Andrea Fazzini, il sottoscritto e Maicol, coperto da bevande di varia natura
Altro elemento, che forse condiziona il nostro giudizio, è il fatto di avere visto lo spettacolo in un'occasione quasi celebrativa, la prima romana con centinaia di amici e ammiratori: le battute, conosciute a memoria dal pubblico, venivano attese come il goal mentre il calciatore allo stadio piazza la palla sul dischetto del rigore.
In realtà, però, mentre ci si sbellicava andava in scena l'abisso interiore.
Risata catartica? Troppo facile.
Le bestemmie di Maicol, lo diciamo dal momento 1 di questo blog, non sono goliardia scollacciata, ma urlo disperatamente metafisico, urlo che prova a rintronare l'universo sordo per stanarne il senso metafisico, proprio negandolo, ingiuriandolo, disprezzandolo.
Come si fa con ciò che si ama ma non si riesce a possedere.

Sarebbe interessante vedere lo spettacolo in un contesto assolutamente digiuno dalla lettura delle vignette.
Chi l'ha fatto assicura che il pubblico non ride, al contrario rimane impietrito in un silenzio rapito, sciolto solo dagli applausi finali.


Ecco, in quel caso, lo spettacolo assume(rebbe) il suo sacrosanto senso.
Ridare alla scena teatrale il suo ruolo di sguardo abissale sul buio (e la luce) interiore.



P.S.
Gli Scarabocchi di maicol&mirco saranno in  scena oggi durante il Bilbolbul all' Ateliersì a Via San Vitale (luogo adattissimo: si, proprio quella della Porta dopo la quale per Guccini il mondo scoppiava).
Il civico è il 69.
Ascoltate il cd postumo di Paolo Poli per ulteriori ragguagli QUI


Buona visione.




venerdì 18 novembre 2016

FENG SHUI - Abitare l'Armonia con Consapevolezza



Nella miriade di costosi corsi di discipline "alternative" orientali, pubblicizzati con sbiaditi volantini dalle scarne decorazioni floreali alternate a variopinte spirali e insopportabili cuoricini, impartiti da sedicenti insegnanti improvvisati, tutti titolati di improbabili appellativi onorifici in sanscrito, nella fauna famelica e scomposta di imbarazzanti scimmiette della sapienza vedica, emersa dal pericoloso calderone indistinto della cosiddetta New Age, il Divino, tanto invocato lamentosamente dai suddetti "guru" a buon mercato, ogni tanto ci concede la benedizione di incontrare qualcuno che davvero ci capisce qualcosa e sa quel che dice.
 È il caso di Marta Cristina Ceccarelli, architetta che integra le sue conoscenze tecniche con un approfondimento ventennale delle discipline orientali.


Nel suo blog benesserecasa.wordpress.com, Ceccarelli condivide le sue ricerche nell'ambito del Feng-Shui, antica arte cinese che, unendo architettura tradizionale e geomanzia, insegna come organizzare ed arredare lo spazio abitativo in armonia con gli elementi naturali.


No, non si tratta di bislacchi capricci per fricchettoni facoltosi.
Si tratta di una conoscenza dalle radici millenarie, che nasce dalla sapienza di un maestro dal valore universale come Lao Tze.
Del resto, considerando la gestione dell'ambiente naturale propostaci dalla razionalissima civiltà occidentale, credo non sia il caso, non dico di fare dell'ironia, ma proprio di aprire bocca nei confronti di tradizioni che hanno per secoli vissuto in saggio accordo con i ritmi delle stagioni e le alchimie degli elementi.


Nel suo diario virtuale, Ceccarelli sceglie un tono semplice, divulgativo, comprensibile anche a chi è digiuno di filosofia orientale.
Non aspettatevi disquisizioni filosofiche, astrusi voli pindarici, complesse analisi filologiche.
 È tutto molto semplice, concreto, volto all'esperienza pratica, non alla speculazione teorica.



Ecco alcuni esempi, in cui potrete cominciare a muovere i primi passi in questo affascinante sentiero di conoscenza empirica, QUI, QUI e QUI.



Per chi volesse approfondire di persona, domani l'architetta terrà una conferenza introduttiva sul Feng Shui contemporaneo a Bracciano, allo spazio Manipura (mai nome fu più adatto), in via Arno 9.
QUI i dettagli.

Capitolo 49 del Tao Te Ching
Con l'augurio che possa essere la scoperta di un modo più consapevole di vivere la propria casa, non come una cella temporanea nelle pause della catena di montaggio, ma come un tempio di resurrezione quotidiana.

domenica 30 ottobre 2016

Venere e Lakshmi, perché celebrare il Diwali in Occidente

A Emanuele Sabetta, di cui oggi ricorre la felice nascita
Alla Lakshmi del mio focolare, specchio della Venere botticelliana


Questi sono meri appunti di una domenica mattina per un tema che meriterebbe una trattazione in sette volumi. Spero che alcuni spunti possano essere comunque utili ganci per una ricerca ulteriore.


Sandro Botticelli, nel suo immortale capolavoro La nascita di Venere, rappresenta la divinità pagana con i tratti simbolici propri della dea Lakshmi, che nell'induismo rappresenta l'abbondanza, la buona fortuna, la luce, la grazia femminile, della saggezza.

La Venere, depurata dalla sensualità antropomorfica di Afrodite, appare, come la dea induista, mentre sorge dalla spuma del mare, elemento archetipico collegato etimologicamente anche a Maria/Myriam.
La dea, il cui splendore primigenio è subito velato pudicamente, appare in una posa "piena di grazia" su una conchiglia, come Lakshmi appare su un loto: benché dall'aspetto pingue, in rappresentazione dell'abbondanza, la dea indù rappresenta la leggerezza, la dote femminile di non porre pressione, dunque in grado di sorridere in equilibrio su un fragile fiore.
La conchiglia è un simbolo esoterico di antica tradizione (pensiamo a S.Giacomo, ma addirittura è presente sia nei paramenti papali che nei culti luciferini), per l'ovvia metafora della perla come conoscenza occulta. La peculiare rappresentazione botticelliana non può non evocare, agli studiosi di dottrine yogiche, il Mooladhara (il primo chakra, "supporto della radice") che sorregge l'osso sacro dal quale l'energia vergine femminile Kundalini s'innalza.


Ecco, dunque, che La Nascita di Venere archetipicamente rappresenta la seconda nascita, il risveglio, l'illuminazione, l'avvento di quella Primavera (altro tema botticelliano per antonomasia) interiore, annunciata dalla brezza dello Zefiro (che ad uno sguardo consapevole della simbologia induista suggerisce un accostamento con Hanuman, "figlio del dio del vento").
Questi non sono accostamenti peregrini.
L'arte di Botticelli si nutriva degli insegnamenti illuminati di Marsilio Ficino, dottissimo e risvegliato studioso di Qabbalah alla luce della visione neoplatonica (in cui il riconoscimento della manifestazione della Shekinah, aspetto femminile del Divino, ha ruolo cruciale).
Che tale ricchezza allegorica sia dono, direbbe Jung, dell'Inconscio Collettivo, oppure figlia di una strategia simbolica studiata a tavolino, ciò non sta a noi sancire.
Ma il simbolo risplende potente, innegabile, pristino sulla tela benedetta.


Lakshmi diviene poi Mahalakshmi: la benedizione terrena della ricchezza e del benessere si traduce sul piano spirituale sotto forma di beatitudine.
Per il sommo teologo e sublime poeta Adi Shankaracharya ella è Parabhrama swarupini, la forma della coscienza assoluta.
Nell'esoterismo islamico, Fatima è adorata come la "grotta del Profeta": ecco come la presenza femminile (madre, figlia o sposa nei suoi diversi aspetti) diviene rifugio, luogo, obiettivo e sostanza della meditazione stessa.

La Triplice Ecate di William Blake

In questo complesso gioco di trasfigurazione simbolica, in cui gli archetipi assumono diverse forme nelle diverse culture, è di straordinario interesse conoscere quali figure umane abbiano ispirato ai grandi artisti, nel limite dell'incarnazione terrena, le più alte visioni della storia della pittura.
Ecco come le fattezze umane divengono specchio del Divino, ecco come l'uomo è ponte ("una corda tesa" direbbe Nietzsche) al superamento stesso dei propri limiti, "Poiché Misericordia ha un cuore umano,/ Umano volto è il volto di Pietà,/ Amore è la divina umana forma/ Pace è la veste che riveste l'uomo", come ribadì William Blake (qui tradotto da Ungaretti).

Tale è il caso di Simonetta Cattaneo Vespucci, simbolo del Rinascimento, come giustamente appone l'autrice Paola Giovetti al titolo del libro a lei dedicato La modella del Botticelli(Edizioni Studio Tesi).
Una lettura incantevole che ricostruisce, risalendo a fonti non proprio abbondanti, la vita della nobildonna le cui fattezze Botticelli eternò come icona di Bellezza assoluta.
Parliamo della modella non solo della Venere, ma anche della Flora ne La Primavera e delle più celebri Madonne botticelliane.
Come il cognome rivela ai più attenti, Simonetta era imparentata alla lontana col più celebre Amerigo, avendo sposato il cugino, non prossimo, Marco.
Nello stesso albero genealogico, l'esplorazione di campi ignoti, nel globo e nell'arte.
L'arrivo a Firenze della coppia di sposi (originari di Porto Venere, il cui nome verrà dedicato a posteriori dalla più celebre delle sue figlie) fu un vero e proprio avvento per l'arte, coincidendo (grazie a quella sincronicità che danno ragione, nella sua follia mistica, a Léon Bloy quando descrive la storia come "un testo liturgico") con l'assunzione di Lorenzo il Magnifico alla guida della Repubblica fiorentina.

Madonna della Melagrana di Botticelli, con le fattezze di Simonetta Vespucci

Dunque, nella proverbiale magnificenza della circostanza, la Giovetti racconta il "Torneo di Giuliano" (fratello di Lorenzo), immortalato dal Poliziano, in cui in palio v'era appunto un ritratto della meravigliosa sposa, proclamata "Regina del Torneo" e La sans par ("la senza pari", come recitato in calce al ritratto) al cui fascino nemmeno il Magnifico stesso seppe resistere, componendo per lei versi adoranti nelle Selve d'Amore.
Non solo il Botticelli in pittura (anche in un ritratto), non solo il Magnifico in letteratura: a Pietro di Cosimo dobbiamo un celebre ritratto della Vespucci.

Ritratto di Simonetta Vespucci di Pietro da Cosimo

Ma, come l'Adorabile di Rimbaud, Simonetta Vespucci venne, sconvolse tutti con la sua bellezza, e se ne andò, morendo giovanissima di tisi (o di peste), il 26 Aprile del 1476.
L'omaggio di Lorenzo il Magnifico merita di essere riportato almeno in parte, ov'egli la celebra come la stella più luminosa che dal momento della dipartita andrà a splendere in cielo:
"O chiara stella, che co’ raggi tuoi
togli alle tue vicine stelle il lume,
perché splendi assai più del tuo costume?
Perché con Febo ancor contender vuoi?

Forse i belli occhi, quali ha tolti a noi
Morte crudel, ch’omai troppo presume,
accolti hai in te: adorna del lor lume,
il suo bel carro a Febo chieder puoi.

O questa o nuova stella che tu sia,
che di splendor novello adorni il cielo,
chiamata esaudi, o nume, e voti nostri:

leva dello splendor tuo tanto via,
che agli occhi, che han d’eterno pianto zelo,
sanza altra offension lieta ti mostri".

Botticelli volle essere seppellito ai piedi della sua Musa.
Un omaggio molto più toccante e significativo dei ripetuti paralleli con cui D'annunzio intendeva esaltare le sue eroine.

Ritratto di giovane donna del Botticelli, tradizionalmente identificata con Simonetta Vespucci

In conclusione, per chiudere il cerchio dei riferimenti, ci sembra di buon auspicio oggi celebrare questo aspetto archetipico, nelle sue diverse forme divine ed umane, poiché ricorre il periodo di Diwali.
Dal sanscrito "dipawali", fila di luci, il Diwali è una delle più importanti celebrazioni nella cultura indiana, dal valore universale: celebrare la vittoria della luce (il ritorno del re giusto e nobile Rama, inconsapevole incarnazione divina, ad Ayodhya. dopo 14 anni di esilio) nel periodo più buio dell'anno.
Nelle parole del maestro Shri Mataji Nirmala Devi, il Diwali rappresenta la luce dell'illuminazione spirituale, ed è collegato a livello sottile all'archetipo di Lakshmi: "Celebrare il Diwali è qualcosa di molto gioioso. Ma questa gioia non è solo per noi stessi; questa gioia è per il mondo intero".
L'atmosfera di composta letizia e quieto splendore del Diwali ci riporta alla magia originaria delle festività natalizie, smarrite nell'affanno consumistico dei riti della società di massa.


Dopo l'esempio di Barack Obama, che da anni ha riconosciuto il valore simbolico universale della festività, per il terzo anno consecutivo il Senato italiano ha accolto la proposta dell'Unione Induista Italiana di ospitare un convegno multireligioso, in occasione della celebrazione del Diwali, sul tema dell'Educazione e linguaggi della convivenza, il 12 Ottobre scorso.

Questo è un evento importante e ci dona qualche speranza.

Continueremo a lottare dalla parte di questa resistenza multiculturale e spirituale, ben lontana dagli scherzetti o dolcetti di Halloween.

Venere e Lakshmi, perché celebrare il Diwali in Occidente

A Emanuele Sabetta, di cui oggi ricorre la felice nascita
Alla Lakshmi del mio focolare, specchio della Venere botticelliana


Questi sono meri appunti di una domenica mattina per un tema che meriterebbe una trattazione in sette volumi. Spero che alcuni spunti possano essere comunque utili ganci per una ricerca ulteriore.


Sandro Botticelli, nel suo immortale capolavoro La nascita di Venere, rappresenta la divinità pagana con i tratti simbolici propri della dea Lakshmi, che nell'induismo rappresenta l'abbondanza, la buona fortuna, la luce, la grazia femminile, della saggezza.

La Venere, depurata dalla sensualità antropomorfica di Afrodite, appare, come la dea induista, mentre sorge dalla spuma del mare, elemento archetipico collegato etimologicamente anche a Maria/Myriam.
La dea, il cui splendore primigenio è subito velato pudicamente, appare in una posa "piena di grazia" su una conchiglia, come Lakshmi appare su un loto: benché dall'aspetto pingue, in rappresentazione dell'abbondanza, la dea indù rappresenta la leggerezza, la dote femminile di non porre pressione, dunque in grado di sorridere in equilibrio su un fragile fiore.
La conchiglia è un simbolo esoterico di antica tradizione (pensiamo a S.Giacomo, ma addirittura è presente sia nei paramenti papali che nei culti luciferini), per l'ovvia metafora della perla come conoscenza occulta. La peculiare rappresentazione botticelliana non può non evocare, agli studiosi di dottrine yogiche, il Mooladhara (il primo chakra, "supporto della radice") che sorregge l'osso sacro dal quale l'energia vergine femminile Kundalini s'innalza.


Ecco, dunque, che La Nascita di Venere archetipicamente rappresenta la seconda nascita, il risveglio, l'illuminazione, l'avvento di quella Primavera (altro tema botticelliano per antonomasia) interiore, annunciata dalla brezza dello Zefiro (che ad uno sguardo consapevole della simbologia induista suggerisce un accostamento con Hanuman, "figlio del dio del vento").
Questi non sono accostamenti peregrini.
L'arte di Botticelli si nutriva degli insegnamenti illuminati di Marsilio Ficino, dottissimo e risvegliato studioso di Qabbalah alla luce della visione neoplatonica (in cui il riconoscimento della manifestazione della Shekinah, aspetto femminile del Divino, ha ruolo cruciale).
Che tale ricchezza allegorica sia dono, direbbe Jung, dell'Inconscio Collettivo, oppure figlia di una strategia simbolica studiata a tavolino, ciò non sta a noi sancire.
Ma il simbolo risplende potente, innegabile, pristino sulla tela benedetta.


Lakshmi diviene poi Mahalakshmi: la benedizione terrena della ricchezza e del benessere si traduce sul piano spirituale sotto forma di beatitudine.
Per il sommo teologo e sublime poeta Adi Shankaracharya ella è Parabhrama swarupini, la forma della coscienza assoluta.
Nell'esoterismo islamico, Fatima è adorata come la "grotta del Profeta": ecco come la presenza femminile (madre, figlia o sposa nei suoi diversi aspetti) diviene rifugio, luogo, obiettivo e sostanza della meditazione stessa.

La Triplice Ecate di William Blake

In questo complesso gioco di trasfigurazione simbolica, in cui gli archetipi assumono diverse forme nelle diverse culture, è di straordinario interesse conoscere quali figure umane abbiano ispirato ai grandi artisti, nel limite dell'incarnazione terrena, le più alte visioni della storia della pittura.
Ecco come le fattezze umane divengono specchio del Divino, ecco come l'uomo è ponte ("una corda tesa" direbbe Nietzsche) al superamento stesso dei propri limiti, "Poiché Misericordia ha un cuore umano,/ Umano volto è il volto di Pietà,/ Amore è la divina umana forma/ Pace è la veste che riveste l'uomo", come ribadì William Blake (qui tradotto da Ungaretti).

Tale è il caso di Simonetta Cattaneo Vespucci, simbolo del Rinascimento, come giustamente appone l'autrice Paola Giovetti al titolo del libro a lei dedicato La modella del Botticelli (Edizioni Studio Tesi).
Una lettura incantevole che ricostruisce, risalendo a fonti non proprio abbondanti, la vita della nobildonna le cui fattezze Botticelli eternò come icona di Bellezza assoluta.
Parliamo della modella non solo della Venere, ma anche della Flora ne La Primavera e delle più celebri Madonne botticelliane.
Come il cognome rivela ai più attenti, Simonetta era imparentata alla lontana col più celebre Amerigo, avendo sposato il cugino, non prossimo, Marco.
Nello stesso albero genealogico, l'esplorazione di campi ignoti, nel globo e nell'arte.
L'arrivo a Firenze della coppia di sposi (originari di Porto Venere, il cui nome verrà dedicato a posteriori dalla più celebre delle sue figlie) fu un vero e proprio avvento per l'arte, coincidendo (grazie a quella sincronicità che danno ragione, nella sua follia mistica, a Léon Bloy quando descrive la storia come "un testo liturgico") con l'assunzione di Lorenzo il Magnifico alla guida della Repubblica fiorentina.

Madonna della Melagrana di Botticelli, con le fattezze di Simonetta Vespucci

Dunque, nella proverbiale magnificenza della circostanza, la Giovetti racconta il "Torneo di Giuliano" (fratello di Lorenzo), immortalato dal Poliziano, in cui in palio v'era appunto un ritratto della meravigliosa sposa, proclamata "Regina del Torneo" e La sans par ("la senza pari", come recitato in calce al ritratto) al cui fascino nemmeno il Magnifico stesso seppe resistere, componendo per lei versi adoranti nelle Selve d'Amore.
Non solo il Botticelli in pittura (anche in un ritratto), non solo il Magnifico in letteratura: a Pietro di Cosimo dobbiamo un celebre ritratto della Vespucci.

Ritratto di Simonetta Vespucci di Pietro da Cosimo

Ma, come l'Adorabile di Rimbaud, Simonetta Vespucci venne, sconvolse tutti con la sua bellezza, e se ne andò, morendo giovanissima di tisi (o di peste), il 26 Aprile del 1476.
L'omaggio di Lorenzo il Magnifico merita di essere riportato almeno in parte, ov'egli la celebra come la stella più luminosa che dal momento della dipartita andrà a splendere in cielo:
"O chiara stella, che co’ raggi tuoi
togli alle tue vicine stelle il lume,
perché splendi assai più del tuo costume?
Perché con Febo ancor contender vuoi?

Forse i belli occhi, quali ha tolti a noi
Morte crudel, ch’omai troppo presume,
accolti hai in te: adorna del lor lume,
il suo bel carro a Febo chieder puoi.

O questa o nuova stella che tu sia,
che di splendor novello adorni il cielo,
chiamata esaudi, o nume, e voti nostri:

leva dello splendor tuo tanto via,
che agli occhi, che han d’eterno pianto zelo,
sanza altra offension lieta ti mostri".

Botticelli volle essere seppellito ai piedi della sua Musa.
Un omaggio molto più toccante e significativo dei ripetuti paralleli con cui D'annunzio intendeva esaltare le sue eroine.

Ritratto di giovane donna del Botticelli, tradizionalmente identificata con Simonetta Vespucci

In conclusione, per chiudere il cerchio dei riferimenti, ci sembra di buon auspicio oggi celebrare questo aspetto archetipico, nelle sue diverse forme divine ed umane, poiché ricorre il periodo di Diwali.
Dal sanscrito "dipawali", fila di luci, il Diwali è una delle più importanti celebrazioni nella cultura indiana, dal valore universale: celebrare la vittoria della luce (il ritorno del re giusto e nobile Rama, inconsapevole incarnazione divina, ad Ayodhya. dopo 14 anni di esilio) nel periodo più buio dell'anno.
Nelle parole del maestro Shri Mataji Nirmala Devi, il Diwali rappresenta la luce dell'illuminazione spirituale, ed è collegato a livello sottile all'archetipo di Lakshmi: "Celebrare il Diwali è qualcosa di molto gioioso. Ma questa gioia non è solo per noi stessi; questa gioia è per il mondo intero".
L'atmosfera di composta letizia e quieto splendore del Diwali ci riporta alla magia originaria delle festività natalizie, smarrite nell'affanno consumistico dei riti della società di massa.


Dopo l'esempio di Barack Obama, che da anni ha riconosciuto il valore simbolico universale della festività, per il terzo anno consecutivo il Senato italiano ha accolto la proposta dell'Unione Induista Italiana di ospitare un convegno multireligioso, in occasione della celebrazione del Diwali, sul tema dell'Educazione e linguaggi della convivenza, il 12 Ottobre scorso.

Questo è un evento importante e ci dona qualche speranza.

Continueremo a lottare dalla parte di questa resistenza multiculturale e spirituale, ben lontana dagli scherzetti o dolcetti di Halloween.

giovedì 13 ottobre 2016

Ricordando Anna Magnani allo Spazio Cima


"Mamma Roma"
“Lasciami tutte le rughe, non me ne togliere nemmeno una. C'ho messo una vita a farmele!” .
In questa celebre frase è riassunta la grandezza iconica di Anna Magnani: sincerità, fierezza, passione, gusto popolano per la provocazione.

Pochi invece conoscono un'altra frase storica, proferita da Jurij Gagarin al termine della prima rotazione compiuta della terra.
O meglio, tutti ne conoscono la prima parte. Non sanno che l'astronauta disse testualmente: "Saluto la fraternità degli uomini, il mondo delle arti, e Anna Magnani".

Sarebbe ingiusto limitare la carriera della Magnani alla scena leggendaria e straziante del finale di Roma Città Aperta, che commosse perfino Ungaretti ("Ti ho sentito gridare Francesco dietro un camion e non ti ho più dimenticato").
La Magnani è stata di più: Mamma Roma, innanzitutto.
Ancora una volta una madre negata, derisa, eppure titanica nella sua dignità offesa.
Fu anche la protagonista internazionale de La rosa tatuata, per cui vinse il Premio Oscar.
Fu la compagna di Rossellini, l'amante rifiutata da Marlon Brando.
Fu la prima grande icona femminile del cinema italiano nel mondo, prima di Sophia Loren o di Gina Lollobrigida, di cui certo non poteva vantare la bellezza da idolo egizio (ci riferiamo alla prima) o le forme ipnotiche (ci riferiamo alla seconda).
La Magnani fu ambasciatrice dell'arte italiana del mondo.
Jean Renoir ebbe a dire: "La Magnani è la quinta essenza dell'Italia, ed anche la personificazione più completa del teatro, del vero teatro con scenari di cartapesta una bugia fumosa e degli stracci dorati, dovevo logicamente rifugiarmi nella commedia dell'arte e prendere con me in questo bagno la Magnani, le sono grato per aver simboleggiato nel mio film tutte le altre attrici del mondo".



Ma le parole più vere e toccanti sono probabilmente quelle di Eduardo, scritte poco tempo dopo la morte dell'attrice nel '73: "Confusi con la pioggia sul selciato, sono caduti gli occhi che vedevano gli occhi di Nannarella che seguivano le camminate lente sfiduciate ogni passo perduto della povera gente. Tutti i selciati di Roma hanno strillato. Le pietre del mondo li hanno uditi ".


Chi volesse esplorare la grandezza di questa indimenticabile icona di dolente umanità può visitare lo Spazio Cima, Sabato 15 Ottobre, dove dalle 18.30 alle 20,  a 60 anni dalla vittoria del Premio Oscar, verrà tributato un omaggio alla grande attrice.



Come avvertono gli organizzatori:"La partecipazione del maestro Natino Chirico che esporrà le sue opere dedicate all’attrice, oltre a raccontare aneddoti e retroscena, sarà l’occasione per ricordare la carriera della Magnani. I suoi dipinti rimarranno esposti in galleria fino al 30 ottobre.
Spazio anche alla letteratura con la presentazione del fortunato volume Anna Magnani. Biografia di una donna di Matteo Persica (Odoya).
 Sarà l’autore stesso a intervenire, rivelando gli aspetti meno conosciuti della protagonista del suo racconto".

Un doveroso omaggio a una delle più grandi protagoniste del cinema europeo.


venerdì 30 settembre 2016

Einstein lettore di Lucrezio


Salutiamo con interesse la scoperta della casa editrice La scuola di Pitagora, che fin dal nome ci appare amica, familiare, pregna di antiche risonanze sapienziali.
La collana Feuilles détachées raccoglie gemme sconosciute di grandi menti, spesso pochissime pagine, ma degne di attenta riflessione, magari appunti illuminanti ignoti ai più, articoli pubblicati su riviste del secolo scorso, interventi a conferenze storiche oppure introduzioni a edizioni particolari di classici dal sempiterno valore meditativo.
Ad un prezzo, chiaramente, molto contenuto.
Questo è il caso dell'esile ma interessantissimo libricino Leggendo Lucrezio di Albert Einstein, pubblicato tempo fa dalla casa editrice napoletana.


Un incontro folgorante: lo scienziato divenuto icona (suo malgrado, a torto o a ragione) delle conquiste della scienza moderna che medita sulle pagine del grande poeta apostolo dell'epicureismo, la fondamentale concezione meccanicistica dell'epoca classica.
In effetti, se leviamo il testo a fronte dell'originale tedesco (introduzione all'importante traduzione di Diels del capolavoro lucreziano in tedesco) e la breve postfazione di Gherardo Ugolini, stiamo parlando davvero di due paginette.
Ma sono due paginette scritte da un genio scientifico (il cui nome è divenuto sinonimo del concetto stesso!) sull'opera di un genio poetico.
C'è di che riflettere.
Definito da Foscolo "poeta e duca di color che sanno", citando il Virgilio dantesco (eppure il sommo poeta, mai cita il precedente latino, nemmeno fra gli epicurei, conoscendo il De Rerum Natura forse solo per frammenti, del resto la versione integrale fu ritrovata, semplificando, da Poggio Bracciolini in un monastero tedesco nel 1417), Lucrezio desta a tutt'oggi ammirazione per la sua saggezza distaccata e pacificante.


Solo la lettura di Spinoza e di certo Schopenhauer, più raramente quella di Montaigne, ci ispira affini esperienze di limpida contemplazione.
Una meditazione diversa da quella sublime e beatificante dei mistici indiani (anche nelle loro vertigini teologiche, quali le vette himalayane di Adi Shankaracharya), da quella armoniosa e imperturbabile dei sapienti cinesi (come il supremo Lao-Tze), da quella traboccante di splendore allegorico dei Sufi (come nel benedetto Rumi) oppure da quella furiosa e accecante dei più ispirati fra i cristiani (quali S.Juan de La Cruz).
Siamo a un livello diverso di illuminazione: ci spingiamo ai limiti dove la pura logica può condurci.
Per Dante alla salvezza, ma non alla beatitudine (rimanendo all'accostamento col suo Virgilio).

Veniamo, dunque, alle riflessioni di Einstein.
Il legame tra le intuizioni epicuree sulla luce esposte dal poeta amato da Cicerone (celebre la perfetta definizione sul poema in una lettera al fratello Quinto: "rivela uno splendido ingegno, ma anche notevole abilità artistica") e la teoria einsteiniana della Relatività è intuibile da chiunque sia edotto di entrambe (se ne parla QUI).
Einstein non solo esprime la sua ammirazione, ma porge anche al poeta filosofo una critica che Luciano Canfora ha definito "intelligentissima, rispettosa e severa al tempo stesso": rifiuta l'idea di Lucrezio come padre antico della fisica moderna (il materialismo atomistico antico non c'entra nulla con quello sviluppato nell'800 che pose le basi delle sue ricerche), evidenzia la contraddizione razionale di considerare il peso degli atomi dell'anima e dello spirito più leggeri
Eppure Jean Perrin quattro anni prima, nel suo trattato sull'origine degli atomi, aveva sancito: "Forse venticinque secoli fa, sulle rive del mare divino, dove il canto degli aedi si era appena spento, qualche filosofo insegnava già che la mutevole materia è fatta di granelli indistruttibili in continuo movimento, atomi che il caso e il fato avrebbero raggruppato nel corso dei secoli secondo le forme e i corpi che ci sono familiari" (come illustrato QUI).
Nonostante gli onesti rilievi, Einstein senza dubbio riconosce profonde affinità.
Esse sono rappresentate dall'individuazione dei "nessi casuali", ma soprattutto, sottolinea Ugolini, da "l'istanza etica di fondo, ovvero di liberare l'umanità da ogni forma di religione e superstizione e dalle paure che da lì scaturiscono".
Einstein scrive esattamente: "L'obiettivo principale che Lucrezio si propone col suo poema è di liberare l'uomo dalla paura che suscitano religione e superstizione e che ci rende schiavi; una paura alimentata e sfruttata dai sacerdoti per i propri interessi".
"L'oppio dei popoli" marxiano, innegabile costante dei fenomeni storici.
Un laicismo profondo che non contraddice, ma anzi rinsalda, la contemplazione dei "nessi casuali": "Dio non gioca a dadi", nella celebre battuta dello scienziato.


Concludiamo, ricordando il passo sovrano di Lucrezio a cui da sempre guardiamo come ad un faro che guida la rotta tra le intemperie imprevedibili dell'esistenza.
Saggezza e distacco, espresse magnificamente nel celebre proemio del Libro II del poema, e qui tradotte in prosa: "È dolce, quando sul vasto mare i venti turbano le acque, assistere da terra al gran travaglio altrui, non perché sia un dolce piacere che qualcuno soffra, ma perché è dolce vedere di quali mali tu stesso sia privo. È dolce anche vedere i grandi scontri di guerra schierati nella pianura senza che tu prenda parte al pericolo. Ma nulla è più dolce che tenere saldamente gli alti spazi sereni, fortificati dalla dottrina dei sapienti, da dove tu puoi stare a guardare dall'alto gli altri, e osservarli errare qua e là e cercare smarriti la via della vita, gareggiare in qualità intellettuali, contendere in nobiltà di sangue e sfarzosi di notte e giorno, con instancabile attività, per arrivare ad una grande ricchezza e impadronirsi del potere. O misere menti degli uomini, o ciechi animi! In quali tenebre di vita e in quanti pericoli si trascorre questo poco di vita, qualunque essa sia! E come non vedere che la natura null'altro pretende per sé, se non che in quanto al corpo il dolore sia lontano, e in quanto all'anima goda di piacevoli sensazioni, priva di affanni e di timori?".

Millenni di sapienza orientale, certo decapitati della rivelazione metafisica, riassunti in versi memorabili, sufficienti di per sé a delineare la via per una vita saggia.