venerdì 13 gennaio 2017

Da Tasso a Pasolini, passando per Sade (ed Eleusi)



A Leopoldo Carloni

Ieri sera al Teatro India di Roma il cartellone ha offerto una serata di particolare interesse, forse più per le stimolanti suggestioni concettuali dell'accostamento fra i due spettacoli in scena che per la riuscita degli stessi.
Parliamo di Aminta - S'èi piace ei lice, ispirato alla fiaba pastorale di Torquato Tasso, e Orgia di Pier Paolo Pasolini, crudissimo testo del 1968 in cui già affiora la riflessione tra violenza e Potere che esploderà in Salò - Le Centoventi giornate di Sodoma e che ritroviamo nelle pagine più tremende di Petrolio.


Cosa lega questi testi così distanti? Cosa lega la classica compostezza rinascimentale dei versi del Tasso alla confessione ferina e crudele di Pasolini? Cosa lega l'atmosfera arcadica e leggiadra, sospesa fra castità sdegnosa e richiamo dei sensi, della vicenda di Silvia con le ripetute umiliazioni carnali a cui viene costretta programmaticamente la moglie del protagonista di Orgia?
C'è un legame, in una figura nerissima e imprevedibile: il Marchese de Sade.
O, se volete, il suo opposto metafisico: Dante Alighieri.

No, non mi riferisco alle scene di stupro (scampato in Aminta, reiterato bestialmente in Orgia) presenti nelle due opere originali e poste in scena nelle due rappresentazioni (in maniera paradossalmente più urtante nel primo caso).
Mi riferisco a un filo rosso concettuale, di cui sono debitore a uno dei miei grandi maestri, quel grande intellettuale, cristiano illuminato, che è Giovanni Casoli.
Il verso "S'ei piace, ei lice", con sprezzatura lasciato cadere dal Tasso nel ritmo armonioso delle rime leggiadre, è in realtà un manifesto programmatico che sancisce, nella storia della letteratura, una frattura tra etica ed estetica.
La visione per cui Dante poneva "Cleopatràs lussuriosa" nel V° dell'Inferno ("che libito fé licito in sua legge"), diviene, nei fasti spensierati della corte estense, completamente  rovesciata, in un apparente richiamo alla "lieta giovinezza" medicea, evocata il secolo precedente.
Tasso, come il più scaltro dei personaggi di Shakespeare, dice ciò che non si può dire tra gli applausi della corte: nell'elegante cornice dell'Età dell'Oro, nel racconto giocondo della vicenda di Silvia (nome che ispirerà i versi celebri di Leopardi), sacerdotessa di Diana che alla fine cede alle lusinghe di Natura e Amore, distrugge concetti fondanti della cultura cristiana europea d'allora, come onore e castità.
A rigore, queste sono le premesse che conducono, sviluppate nel frattempo dai filosofi libertini, a Sade: "S'ei piace, ei lice". Se dona piacere, è lecito.
Arriverà solo dopo Freud, a fornire false giustificazioni pseudo-scientifiche.
Non  a caso, il verso è titolo dello spettacolo, slogan e mantra, addirittura tatuato all'inizio della rappresentazione sul dito di uno dei registi/attori.


La rappresentazione, dunque, ha il pregio di riportare al centro dell'attualità un testo straordinario, e coglierne intelligentemente la potenza culturalmente rivoluzionaria, con un attento lavoro di scavo filologico.
Dall'altro, molte cose ci hanno lasciato perplesso della rappresentazione: se apprezziamo l'idea di una versione contemporanea, che rompa la convenzione recitativa in un "percorso visuale e sensoriale"  dell'opera (riprese in esterna che si legano a presenze mute sulla scena, proiezioni su teli, voci registrate emesse da inquietanti megafoni, effetti sonori assordanti, giochi di luci e vento), non ci ha entusiasmato la realizzazione.
Non basta la bellezza dei tratti rinascimentali di Clelia Scarpellini, in un elegante vestito trasparente, a rendere lo sdegnosa fierezza di Silvia, non bastano alcune riprese in esterna a Villa Pamphili a ricreare l'ambientazione arcadica, non convince la scena di rappresentare il tentato stupro da parte di un satiro con le immagini della ragazza che si dimena seminuda legata sullo schermo, mentre un bodybuilder mostra la sua feroce muscolarità sulla scena.
Le intuizioni sul gioco sinestetico sono valide (le doppie voci registrate, che echeggiano un super-io paradossalmente in vece di Es, non possono non far pensare all'Erodiade interpretata simultaneamente da Lydia Mancinelli e Alfiero Vincenti nella Salomé di Bene) ma l'estetica appare al nostro gusto troppo laccata, i personaggi sembrano uscire dalle pagine di riviste di moda più patinate e il senso dell'opera secondo noi non è approfondito come promesso nel convincente inizio.

Licia Lanera in Orgia
Il legame sadiano ci conduce alla seconda rappresentazione, paradossalmente più convenzionale ed equilibrata, pur nella estrema crudezza dei contenuti esposti.
Licia Lanera, regista e protagonista, sceglie coraggiosamente di dominare la scena, in entrambi i ruoli (marito carnefice e moglie vittima), condividendola solo nella seconda parte con Nina Martorana, nel ruolo della prostituta che scampa al massacro.
Lo sforzo è notevole, il gioco di contrapposizione tra lo squallore delle violenze evocate in scena e lo splendore delle tele che fanno da sfondo (Lorrain, Caravaggio e Furini) è facile (soprattutto nel caso della Maddalena caravaggesca) quanto efficace.
Licia Lanera sceglie per la sua versione del testo, delirante e spietato, un tono confidenziale, emotivo, tra lamenti infantili e animaleschi della vittima e la folle serenità programmatica del boia, assieme a una serie di scelte (dal vestiario alle musiche) appartenenti all'immaginario rap e hip hop; non esattamente scelte che avremmo consigliato.
Come anche certi ammiccamenti alla pornografia ci sembrano superflui; uno potrebbe dire: "Ma come? Si tratta di un testo che parla di sesso estremo e violento!". Appunto, non c'è  bisogno di caricarlo ulteriormente con pose cagnesche e ovvie allusioni con microfoni e yogurt.
Più riuscita, invece, ci appare la scelta di mimare la violenza subita nei corpi nudi e offesi, spasmodicamente rantolanti sul palco, nella camera nuziale che diventa tana e prigione.
Siamo però qui nell'ambito del gusto personale, lo spettacolo merita comunque apprezzamento per il coraggio di portare in scena un testo difficile, duro, violento, scandaloso.
La Grotta di Plutone ad Eleusi
Il testo, oltre a riproporre i temi chiave della riflessione apocalittica pasoliniana (lo smarrimento della sacralità del mondo arcaico contrapposto al genocidio culturale della Neo Preistoria capitalistica), fa da trait d'union nella deriva freudiana dell'ultimo Pasolini, tra Teorema e Salò.
Parliamo di un testo scritto nell'anno chiave 1968, in cui Pasolini, sempre avanti ai tempi, non solo prenderà come è noto le distanze dalla contestazione studentesca (frutto, ricordiamo, di una innaturale alleanza rossobruna), ma inizierà a svelare il trucco borghese della cosiddetta "rivoluzione sessuale".
Emerge, nel testo, non solo la seduzione estetica che ha intrappolato il poeta nella spirale autodistruttiva del sadomasochismo (il protagonista sa che "questo è Male" ma non sa resistere poiché esso è per lui "infinitamente più bello di ogni Bene"), ma soprattutto, emergono delle illuminanti definizioni: l'orgia animalesca con cui il protagonista vuole "morire" uccidendo la moglie (e la sua dignità) viene presentata prima come "spettacolo", viene sottolineato ossessivamente come tutto non sia "un gioco".
Ma ciò che ci interessa è che nel testo a un certo punto affiori come lo stupro sistematico e la distruzione della famiglia siano vissuti come "una cerimonia".
Non è un'espressione casuale: tornerà dichiaratamente in Petrolio.
Su questo non possiamo non citare le riflessioni di Emanuele Trevi in Qualcosa di scritto, libro interessantissimo, metà gustosamente autobiografico (l'autore descrive i suoi anni al Fondo Pasolini, accanto alla furiosa, folle decadenza di Laura Betti), metà ardito saggio sul significato segreto di Petrolio (e di Salò).
Rimandiamo a una centratissima recensione di Pietro Citati QUI per uno sguardo d'insieme sul libro.
Un testo che consigliamo a chiunque sia interessato alla figura del poeta ucciso.
Anche se non condividiamo il disprezzo di Trevi per le tesi "complottistiche" (ci sembra eccessivo sostenere che a Pasolini di Cefis non fregasse nulla), troviamo di grande interesse le intuizioni sul legame tra metamorfosi e violenza rituale in Petrolio, considerate come ricerca e recupero dei Misteri Eleusini.
Già in Orgia, prima di Petrolio, è presente la metamorfosi sessuale tra Uomo e Donna.
Scrive Trevi: "Diventare donne, da uomini che si era: questa è la suprema, la perfetta, la decisiva metamorfosi. È la porta stretta che deve imboccare qualunque iniziazione veramente efficace".
Linguaggio evangelico: dalla equivalenza Lenin/Cristo Pasolini si muoverà verso le spire della follia sacra, in un percorso a ritroso del percorso di trasmissione dei rituali e dei simboli.
Tema cruciale, illuminante e, per noi, che non contraddice per nulla il fatto che Pasolini possa essere stato ucciso per motivi politici.

Emanuele Trevi

Non ci sediamo fra complottisti o mistici nel gran calderone delle tesi sulla morte di Pasolini: l'analisi della complessità nelle ricerche simboliche di Pasolini non va derubricata a mistificazione, la volontà di cercare la verità sull'omicidio non può essere bollata come paranoia.
Entrambi i filoni intraprendono sentieri di ricerca fondati da evidenze.
Nel caso di Trevi (che conclude il suo atipico romanzo/saggio/diario con un reportage commovente e straniante proprio da Eleusi, un ateo alla ricerca del sacro smarrito) riportiamo una delle definizioni più suggestive dell'ultima opera incompiuta di Pasolini: "fin dal momento della prima concezione, è un libro sacro, un annuncio, una rivelazione. Le gesta sovrannaturali dei suoi burattini allegorici rimandano a un processo in atto, a una verità che sta accadendo".

Dunque, al di là della riuscita dei singoli spettacoli, confermiamo come la programmazione del Teatro India sia sempre feconda di spunti, riflessioni, sguardi non consuetudinari, un laboratorio di sperimentazione culturale che merita sempre uno sguardo attento.


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