venerdì 13 gennaio 2017

La via del vizio - la novella moralistica del giovane Bram Stoker


Bram Stoker, pur avendo creato con Dracula una delle figure più iconiche della letteratura moderna, non può essere certo annoverato tra i supremi maestri di stile della letteratura moderna.
Nelle sue pagine non ritroviamo lo scavo psicologico di E.A.Poe, la diabolica immaginazione di Lovecraft, lo slancio travolgente di Mary Shelley, il delirio parossistico del "monaco" M.G. Lewis, men che mai il magistrale possesso della tensione narrativa di Henry James.

La creazione del suo romanzo più celebre, composto sotto forma di frammenti epistolari e note di diario, è chiaramente ispirata al precedente de Il Vampiro di Polidori.
Sono note le circostanze che videro nella stessa notte "buia e tempestosa" riunirsi Byron, il suo segretario Polidori, appunto, Shelley con la sua futura moglie Mary, assieme alla sorellastra di quest'ultima, in una villa a Ginevra: una notte in cui l'Inconscio Collettivo, complice una gara letteraria sorta in seguito alla lettura dell'antologia tedesca Fantasmagoriana, concesse nella stessa casa l'accesso a due figure archetipiche, Frankenstein alla Shelley e Il Vampiro a Polidori.
Stoker scriverà Dracula sessantuno anni dopo quel supremo momento di creatività oscura: il suo libro più famoso in realtà chiude il grande fiume sotterraneo del racconto gotico, che avrà i suoi campioni, oltre agli autori citati, in Horace Walpole e Charles Robert Maturin.

Ma il suo esordio letterario era avvenuto ventidue anni prima di raggiungere il proprio picco creativo.
Ed è proprio questa rarità letteraria che viene finalmente tradotta in italiano da Edizioni della Sera, casa editrice che ci ha ormai abituato ad anomale preziosità.
Il libro si chiama La via del vizio, e come il titolo rivela si tratta di un cupo apologo moralista, sulla scorta di un naturalismo spietato che in quegli anni stava raggiungendo il suo culmine grazie al genio inflessibile che scandiva la prosa chirurgica di Émile Zola (Il ventre di Parigi uscì tre anni prima, L'Ammazzatoio un anno dopo).
La parabola è quasi da memento mori, da exemplum medievale (non a caso l'ispirazione si dice "gotica") in negativo,  tecnicamente si tratta di una temperance novel, o meglio di una novella a tesi, volta a mostrare le conseguenze del bere: una coppia felice e serena, piena d'amore e di speranze, perderà l'innocenza primordiale quando il marito si recherà nella diabolica Londra, covo d'ogni vizio, ove in breve conoscerà alcool, gioco d'azzardo, lussuria, fino a scendere ogni grado dell'abiezione.
Scontata la tragedia finale autodistruttiva.

Nella traduzione si smarrisce una dotta citazione dall'inizio dell'Amleto: The Primrose Path, il sentiero di primule calpestato da coloro che non obbediscono alla morale.
Parole tristemente profetiche che Ofelia rivolge a Laerte.
Ofelia secondo J.W.Waterhouse, 1894
Ma è la stessa ottima cura di Elisa Bolchi a rivelarcelo, nella interessante traduzione che rende più apprezzabile la lettura di un testo non certo memorabile per originalità o lodevole per assenza di schematismo.
Ciò che interessa è però riconoscere lo stile germinale dell'autore destinato a una fama duratura, entrare nel laboratorio giovanile della mente di Stoker, dove già si delineano alcuni luoghi interiori, alcuni trucchi narrativi, alcune astuzie che ritroveremo nel più celebre romanzo ispirato a Vlad l'Impalatore.

Stoker scrisse diciotto libri, ma la grande massa dei lettori ne conosce solo uno.
Questa è l'occasione per esplorare i suoi primi tentativi con la misura del racconto lungo, i suoi passi iniziali nell'analisi dei meccanismi di perversione dell'animo umano.
Una lettura che, pur nei suoi limiti estetici, consigliamo come dovuta a tutti gli appassionati e studiosi della letteratura del terrore.


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